L’Italia, senza intelligence e politica estera, è una canna al vento

canne al vento

Decisamente direi che è peggio della guerra fredda. Almeno, per numeri assoluti. Direi che quanto sta accadendo, non ha eguali. Quanti di quelli colpiti dal decreto di espulsione siano o meno parte sostanziale della rete di spionaggio, è altro discorso. Certo, quanto ormai è accaduto, è un spariglio di non poco conto, presupponendo che anche nello scegliere quello o quell’altro da espellere, in realtà passi informazioni su ciò che sai o meno. Certamente passi informazioni su ciò che vuoi fare nell’immediato e, se l’altro è colto a sufficienza, sei costretto a rivelargli i tuoi piani futuri. Almeno in parte.

È più questo l’aspetto che deve far riflettere sulla gravità della situazione attuale e di quella implicita. Ogni mossa attuata in superficie, nel Grande Gioco, fa pagare un prezzo al disvelamento. Prezzo che invece è sempre non opportuno pagare perché è da questa autoamputazione che l’altro può ricostruire il frattale (e non parlo questa volta di informatica), interpretarlo, fino a capire l’intero algoritmo che ti guida. Fino a capire, in un percorso a ritroso, cosa stavi facendo e dove vuoi andare a parare. Certamente chi ha deciso i passi, ha scavato un vallo di natura spazio-temporale di cui, evidentemente, sentiva l’assoluta necessità. Nessuno scatena questo azzeramento (perché di questo – fra qualche anno – si potrebbe parlare) senza un vero perché. Ecco dove sento grave che negli ultimi decenni (dopo la morte di Aldo Moro per fissare una data) in Italia nessuna istanza politica e culturale, abbia posto il problema dell’Intelligence e  di una sua riforma non solo di tipo organizzativo (se mai è stata realizzata realmente), che la rendesse una sola cosa con la politica estera. Una sola cosa con la guida della Repubblica. Parole audaci, che scrivo con pudore, ma oggi spero che nessuno non veda chi comanda nel Mondo se non le struttura di Intelligence. Che si devono avere, per essere. E non parlo di Erich Fromm.

Oreste Grani/Leo Rugens


LA POLITICA ESTERA È TUTTO. NESSUNO HA COME GLI ITALIANI LA POSSIBILITÀ DI RAGIONARNE

italia-politica-estera

I pasticcioni statunitensi, dalla fina della Seconda guerra mondiale, non solo non ne hanno più vinta una, ma nel non vincerle, hanno combinato un mare di guai. A cominciare dalla Corea, ancora divisa in due dopo decenni e dove il “pazzarello” ha possibilità di fare da detonatore per il mondo intero. Gli unici paesi che stanno bene, sono quelli che li hanno sconfitti, a cominciare dall’eroico e ineguagliabile Vietnam. Faccio prima ad invitare qualche gentile lettore a elencarmi i successi degli USA militari e diplomatici. Niente, e dove il loro esercito è ancora impegnato, si intravedono solo macerie e odii eterni. Afghanistan, Iraq, Siria come primi esempi.

È ora di dirlo senza timori referenziali; è ora di ragionare di questi limiti culturali statunitensi; è ora di non temere di aprire una riflessione su “come” l’Europa debba ripartire; è tempo di dare risposte elaborate su “quale” NATO vogliamo mantenere in vita. Perché, che si debba avere una NATO o una qualche forma di struttura militare capace di non lasciarci nelle mani degli oligarchi moscoviti (vedi i 700 arresti di ieri) o dei revanscisti turchi (vedi i 30mila arresti in questi mesi), è certo. Parliamo quindi di politica estera come finalmente sentiamo che i cittadini pentastellati  sono arrivati a decidere essere la priorità assoluta se si vuole ipotizzare una qualche sovranità e quindi  una qualunque forma di vita associativa che chiameremo politicamente libera. Anzi, in questo blog, riteniamo che si debba, prioritariamente, nell’era dell’informatica, non dimenticare che la competizione si gioca nello spazio illimitato e nel tempo senza tempo, nell’ubiquità dell’universo dell’informazione e della comunicazione, più che sul terreno tradizionale della guerra guerreggiata e dei confini claustrofobici. Siamo dell’idea che nel tempo in cui siamo tutti, prossimi e interferenti reciprocamente (Stati, nazioni, organismi economici e culturali e soprattutto persone), si debba lavorare a che – prioritariamente – sia la rivoluzione informatica ad annullare i limiti territoriali, imponendo una nuova concezione della cittadinanza e dunque, della sicurezza, su scala mondiale. Le armi saranno quindi quelle della ricerca scientifica e della capacità di saper navigare/vivere sicuri nell’infosfera in cui sempre di più saremo immersi. Armi sole che sapranno difendere lo Stato a cui dobbiamo aspirare, immaginandolo organismo vivente evoluto, sistema complesso altamente intelligente.

europe2

Il futuro “militare” della nostra Italia dovrà essere sempre di più un luogo culturale, una condizione mentale, che sappia scegliere, in piena consapevolezza dei suoi cittadini, di fare parte di un tutto (la NATO? L’Europa che sarà?) dove le realtà che lo compongono interagiscano costantemente tra loro, dando vita a sottosistemi a loro volta di varia complessità necessitanti di una collaborazione tra tutte le componenti, in termini di strutture e funzioni, per garantire la difesa, la stabilità, lo sviluppo, l’equilibrio armonico stesso della sua forma-stato scelta. Sulla cultura della sicurezza si fondano i valori della Costituzione italiana e della convivenza civile: la pace, la solidarietà, il lavoro, la famiglia, la salute, il progresso economico e culturale, la difesa del territorio da nemici interni ed esterni e per tanto questi valori dobbiamo saper suggerire, con autorevolezza e capacità egemone, agli altri Paesi europei. Su questi presupposti dobbiamo svolgere la nostra politica estera e disegnare quelle “convergenze evolutive” tra civili e militari che possono consolidare, in piena consapevolezza, il legame inscindibile che si deve saper instaurare nel corso del tempo tra società (l’insieme dei cittadini e dei popoli europei) e lo Stato Europa che va finalmente fondato.

Abbiamo scritto in questo marginale ed ininfluente blog, in tempi ormai lontani, che la politica estera è tutto e che è lei il terreno dove si misura la intellettualità di una comunità intelligente. Torniamo quindi oggi a ribadire quello che è il nostro pensiero da sempre, lietamente soddisfatti dei passi che vediamo intraprendere, in questa direzione, nel MoVimento pentastellato che ci sta a cuore.

Liberarci, con il dovuto impegno e determinazione dei corrotti, che, spietate termiti, divorano le risorse della Repubblica, per dedicarci, anima e corpo, a capire cosa possa voler dire che il Dragone si è risvegliato, quale sia la sfida degli Ebrei, di quale tradimento parli Federico Rampini e a quali menzogne delle élite mondiale si riferisca, come ci si possa ribellare alla dittatura della burocrazia europea. È tempo di svolgere lo sguardo  alle complessità del Pianeta in prestito, scegliendo di osservarle facendosi “anche” assistere e consigliare dai “fratelli maggiori” (grandissimi esperti) che da 2000 anni vivono oltre il Tevere.

Di politica estera si ragiona meglio (e con maggior profitto) grazie al confronto con quelli che sembrano essere separati da tutto ma in realtà sono – come nessuno – uniti a tutti ed informati, intelligentemente, su tutto. Tra l’altro, nella nostra marginalità, pensiamo che la geopolitica del XXI secolo o sarà fortemente connotata da tutto quanto si richiama alla spirito o non sarà. Chi meglio quindi che leali interlocutori scelti tra gli allievi di Padre Robert Graham, l’americano (ma gesuita cresciuto in Vaticano, per anni residente a Roma nel palazzo di Civiltà Cattolica, in via di Porta Pinciana 1) capaci di lavorare con frusciante ed assoluta discrezione, senza ostentazioni ma con implacabile determinazione al dialogo come unica condizione per risolvere i conflitti.

Due autocitazioni quindi a corredo di questo post che mettiamo in rete oggi e non a caso. Come quasi tutto quello che facciamo.

Oreste Grani/Leo Rugens


MA CHI HA VINTO LA GUERRA IN IRAQ?

Baghdad

Quando mi raggiungono notizie di attentati in Iraq, in Siria o nel lontano Afganistan penso alle parole magistralmente scritte nel lontano aprile del 2003 da Umberto Eco a proposito del fatto che la guerra fa perdere il ben dell’intelletto e che in occasione della guerra in Iraq abbiamo assistito a delle manifestazioni di opinioni da ascrivere solo alla malafede. Nel mondo e quindi anche in Italia che partecipava alla guerra guerreggiata si è cominciato col dire che chi era contro la guerra era dunque per Saddam, come se – diceva Eco – “chi discute sull’opportunità o meno di somministrare una medicina al malato stia dalla parte della malattia“. Oggi noi sappiamo che la stupid intelligence italiana ebbe non poca parte nel far circolare disinformazione intorno alle armi chimiche e di distruzione di massa che si attribuivano all’esercito di Saddam. Di conseguenza, si può dire che i nostri “servizi” , di fatto, alimentarono non pochi stereotipi che si radicarono in quel periodo nella mente della maggioranza degli italiani a proposito dell’Iraq e dei suoi abitanti.

L_006L_029

Nessuno – come diceva Eco, in quei terribili momenti che precedettero la guerra – ha mai negato che Saddam fosse uno spietato dittatore e caso mai tutta la questione era se, a cacciarlo in quel modo violento, non si buttava via anche il bambino con l’acqua sporca. Da quando ho letto queste parole e mi raggiungono notizie di attentati che coinvolgono come vittime anche bambini continuo a pensare  che non si doveva accettare il luogo comune calunnioso che “chi era contro la politica spietatamente affaristica di Bush era antiamericano viscerale“. Peggio è andata quando, almeno formalmente, la guerra è stata vinta. In molti, anche in buona fede, hanno sostenuto che chi parlava di “non fare la guerra”, aveva avuto torto.

L_025

Dice ancora Eco: “Chi ha detto che chi vince una guerra abbia buone ragioni per farla? Annibale ha vinto i romani a Canne, perché aveva gli elefanti che erano i missili intelligenti dell’epoca, ma aveva avuto ragione a passare le Alpi per invadere la penisola? Poi i romani lo sconfiggono a Zama, e non è provato che avessero ragione eliminare del tutto il polo-Cartagine, e non a cercare invece un equilibrio di forze nel Mediterraneo. E avevano ragione a dargli la caccia tra Siria e Bitinia per poi costringerlo ad avvelenarsi? Non è detto.”

Dice ancora il saggio Eco: “Quello che gli ‘irrisori’ (di chi dubitava del senso di quella guerra, ndr) dovrebbero dire è: «Avete visto, voi dicevate che la guerra non avrebbe eliminato il pericolo terrorista, e invece ce l’ha fatta»“.

Ma noi, a dieci anni di distanza, sappiamo che questo non solo non è vero ma che, ogni giorno continuano a morire “bambini” in Iraq, in Siria, in Bitinia. Anzi, ormai abbiamo certezza che quella guerra preventiva ha generato tanti nuovi odii, “carsici e rizomici”, aumentando così, nel mondo “musulmano”, l’ostilità all’Occidente, e alimentando un generico “rancore” che genera in modo “invisibile” nuove adesioni alla guerra santa. Da quella guerra in poi, ovunque, nel mondo vivano musulmani, si sono aperti altri complessi conflitti etnici, culturali , religiosi e “militari”. Tra poche settimane si vota in Iraq e vedremo se ci stiamo sbagliando.

Leo Rugens

L_011L_019

Alcuni ci stanno aiutando, altri rimangono indifferenti.

Per scelte personali (la condizione economica in cui vivo), culturali, politiche e di natura organizzativa, ho deciso di ricorrere all’aiuto del mercato chiedendo ai lettori di Leo Rugens un contributo (cifre semplici) per assicurare la sopravvivenza e l’indipendenza del blog.

Mi sono affidato a PayPal ma ho anche la possibilità, se me lo chiedete, di indicarvi un IBAN relativo ad un normale conto corrente.

Trovate quindi – a piede dei post – una novità rappresentata dalla richiesta, sistematicamente ripetuta, di sostegno con il possibile l’invio di piccole cifre.

Ci sarà tempo per chiedervi altro. Fuori dagli scherzi, grazie anticipatamente.

Per le piccole cifre (dai 5 ai 25 euro) abbiamo deciso di prendere soldi da chiunque con le ormai semplici modalità del versamento sul circuito PayPal usando il nostro indirizzo e-mail: 

leorugens2013@gmail.com

Oreste Grani e la Redazione