La famiglia di Giulio Regeni si sente tradita?

Signori Regeni, perché mai non vi avrebbero dovuto “tradire”?

Quelli che voi considerate dei traditori, in realtà, sanno poco o niente (e questa è la vera tragedia per l’Italia e per i suoi figli degni come fu certamente Giulio) delle non regole e della posta di quel Grande Gioco durante lo svolgimento del quale vostro figlio è stato prima scientemente rapito (in quanto italiano), poi deliberatamente, con mestiere e per alcuni giorni, torturato a morte (sempre come italiano). Ed ora, sempre in quanto italiani e non solo come genitori travolti dalla tragedia, non vi danno riposte. Evidentemente (temo ormai che sia così solo per pochi) non essendosi risolta, come gli aguzzini pretendevano “da prima” del rapimento, la “partita doppia” (così ci capiamo sul fatto che stiamo parlando di contabilità non rispettata) gli stessi che hanno deciso i comportamenti (ce li vedo proprio degli “stracci” al Cairo decidere di rapire un italiano e farne poltiglia senza ordini e copertura!!!) non hanno mai risposto sui perché di quella “lezione” inflittaci. 

Al Sisi non ha mai dato l’ordine di rispondere alle richieste dei Regeni e delle nostre autorità politiche perché, è evidente, all’Italia (meglio, ad alcuni italiani) doveva essere data una lezione, feroce e metaforica, attinente a “qualcosa” che intercorreva (o ancora intercorre?) tra l’Egitto e il Paese originario (l’Italia e non l’Inghilterra) della vittima. Qualcuno aveva sgarrato e qualcuno doveva capire che il reality che va in onda da quelle parti è ben altra cosa che l’intrattenimento televisivo di matrice italian-berlusconiana. Se non si è voluto (e scrivo del versante italiano formalmente impegnato delle investigazioni), deliberatamente, lavorare sul movente dell’attività criminale ideata e messa in atto al Cairo, ci devono essere motivi, a giudizio degli omertosi complici nostrani, gravissimi. Meglio: motivi pericolosissimi per qualcuno di “loro”, se non per un intero sistema di potere. Questa volta i soliti manovratori non potevano apporre il segreto di Stato e, rassicurati dall’acquiescenza vigliacca dei pentastellati, hanno scelto la strada dell’oblio che alla fine tutto potrebbe risolvere.

Intanto ha consentito di mandare avanti gli affari correnti (una rendicontazione dettagliata di quanto intercorso, negli ultimi anni, sarebbe stato un buon approccio investigativo se, come dicevano quelli che ogni tanto dite di rimpiangere, per prima cosa si cerca l’odore dei soldi) fino alle “fregate” a cui gli esterrefatti genitori Regeni, indiganti, fanno riferimento in queste ore. Il Delitto Regeni non è stato un crimine commesso per gioco o divertimento sessuale. La risposta del perché di tale attività prolungata (alcuni giorni) avrebbe portato a chi poteva aver dato l’ordine.  Si doveva lavorare sull’ambientazione e l’humus. Si doveva ricostruire il quadro temporale e, banalmente, con logica e creatività investigativa, attuando l’analisi sistemica che non lascia scampo, pervenire almeno all’individuazione del movente. Trovato il movente si sarebbe relativamente facilmente trovato il nome del criminale che ha ordito/autorizzato il delitto (poi essendo stato, come in questo caso, il Presidente Al Sisi la cosa si sarebbe fatta difficile per arrivare a processarlo e punirlo) ricercando il rapporto lineare causa/effetto.

Nessuno (ci è voluto un gruppo criminale per portare a termine il massacro di Giulio Regeni), lo ribadisco, avrebbe potuto – in autonomia decisionale – compiere quel delitto. Tutto il gruppo attuativo dell’ordine ha agito secondo regole non scritte ma tanto ferree che ancora tengono. Chi ha rapito Giulio Regeni ha compiuto atti che vengono classificati banalmente per “obbligati” (tecnici, esecutivi, logistici), “istintivi” (simbolici, inconsci, over crimine) e, soprattutto, “alternativi” che si riferiscono al depistaggio, inquinamento, contaminazione, messa in scena. Ci sono tutti e abilmente attuati, uniti e strutturati, da logiche interne ed esterne. Il rapimento e lo sbrindellamento del nostro compatriota friulano, è stato un delitto di Stato. Lo Stato che ha provveduto all’intimidazione mafiosa (che ha sciolto metaforicamente nell’acido il nostro intelligente concittadino) l’Egitto. Siamo di fronte pertanto ad un crimine che si definisce complesso in quanto è costituito da una grande varietà di elementi diversi che, in questo caso specifico, vedono i mandati coincidere con il vertice del potere politico (un delitto Matteotti sui generis), e poi articolarsi in diversi livelli gerarchici, con alta densità di interazioni, anche se non lineari. Torno a dire che nessuno avrebbe potuto mettere in atto il progetto criminale che è sempre costituito da una serie di fasi e di comportamenti (spero di riuscire con i miei limiti culturali a farmi intendere) e di attività che a loro volta sono “classificabili” per qualità, quantità, temporalità del tipo logico, psicologico, finalistico. Finalistico? Questa è la chiave. A che fine si è deciso di rapire, torturare, uccidere Giulio Regeni? Un italiano. E in quanto italiano (non greco, libico, maltese, danese, australiano) rapito, torturato e ucciso.

Dal movente si parte se non volete continuare a turlupinare la famiglia Regeni e l’Italia che pensa.

Oreste Grani/Leo Rugens