Ma voi avreste dato dei soldi a uno che si chiama “Banchiere-Fritto”?

Il Banchiere-Fritto è quello in pantaloncini

Capisco poco di criptovalute e nulla di finanza o di bilanci, da dilettante di mafia e riciclaggio, sicché mi domando se tra il crack di FTX a opera di Samuel Bankman-Fried e i miliardi riciclati dalle mafie vi possa essere un legame, nel qual caso mi aspetto a breve che qualche “promotore finanziario” o riceverà un fracco di botte o finirà in fondo a un pozzo, se non appeso sotto un ponte.

Mi affascina che il giovanotto in pantaloncini sia figlio di un porfessore di legge esperto di semplificazione delle tasse che insegna presso l’autorevole Stanford oltre a interessarsi dei disturbi psicologici degli studenti.

Aggiungo di sfuggita che anche sul problema FTX ricamano i complottisti, i quali giungono a sostenere che: “le decine di miliardi di dollari destinati all’Ucraina sono state effettivamente riciclate negli Stati Uniti per corrompere i democratici e le élite utilizzando la criptovaluta FTX. Ora i soldi sono finiti e FTX è in bancarotta. La criptovaluta FTX sembrava essere utilizzata in uno schema ponzi che coinvolgeva i Democratici e l’Ucraina. I Democratici hanno inviato decine di miliardi in Ucraina e poi hanno riciclato questi soldi nelle tasche e nei fondi dei Democratici negli Stati Uniti. Ora la società è in bancarotta e i fondi non si trovano da nessuna parte”. Relata refero.

Rimanete sintonizzati.

Alberto Massari

P.S. Mi dolgo che i lucrosi investimenti in bitcoin effettuati dal titolare del blog abbiano subito un drastico ridimensionamento, ritengo tuttavia che il salubre stop o inciampo servirà a rendere le criptovalute più forti e splendendi che mai

napoli.repubblica.it

Riciclaggio in criptovalute, sei indagati i soldi dei falsari finivano nel “dark web”

Dario del Porto 22.9.22

Una ” banca d’affari clandestina ” con sede nel cuore del Rione Sanità riciclava denaro contante investendo in criptovalute. Una sorta di “materasso elettronico” che avrebbe consentito di ripulire nel “dark web” centinaia di migliaia di euro provenienti da affari illeciti come la vendita di banconote false, frodi informatiche, truffe sui conti correnti. Dall’indagine coordinata dal pool “Cyber Crime” della Procura e condotta dai carabinieri si intravede, in controluce, un mondo sommerso e in massima parte ancora sconosciuto che gravita attorno alle opportunità offerte dalle piattaforme telematiche che operano con bitcoin e altre monete digitali.

Una prima accelerazione investigativa era arrivata ad aprile, quando su disposizione del pm Claudio Onorati e del procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli erano state disposte perquisizioni nei confronti di sei indagati per associazione a delinquere e riciclaggio, fra i quali il protagonista centrale dell’inchiesta, Giuseppe De Rosa, 33enne promotore finanziario e “exchanger” di criptovalute con il nickname di “Pino 89”, considerato dagli inquirenti la “mente e creatore della rete che mantiene i collegamenti nel web con i mercati che trattano la vendita e l’acquisto ” di monete digitali.

Insieme a una cerchia ristretta di collaboratori, in massima parte familiari, De Rosa avrebbe curato tutti i passaggi del riciclaggio: dal prelievo del denaro contante all’investimento on line. Le indagini erano partite dalle verifiche dei carabinieri sul “Napoli Group”, il “cartello” criminale che gestisce la produzione di banconote contraffatte. Seguendo le tracce dei falsari, gli investigatori hanno scoperto che la distribuzione delle valute fasulle avviene spesso proprio sui market del “darknet”, si incentra su comunicazioni in chat su Telegram ed è imperniata su pagamenti in bitcoin.

Così sono arrivati a De Rosa, che avrebbe operato garantendo l’anonimato agli investitori in cambio di unapercentuale del 5 per cento della transazione. L’indagato è stato anche pedinato dai carabinieri. Nella ricostruzione della Procura, i “clienti” interessati a riciclare denaro di provenienza illecita consegnavano il contante a De Rosa o una persona di sua fiducia, quasi sempre in strada, come documentato anche dai varchi videosorvegliati nella zona di via Cristallini alla Sanità.

Il broker si occupava poi di ricaricare i “wallet” ( portafogli) di criptovalute con operazioni che garantivano l’anonimato assoluto e la mancanza di qualsiasi tracciabilità, avvalendosi di prestanome e carte “postpay”. Per sé, De Rosa aveva a disposizione denaro liquido e beni immobili e girava con auto a noleggio. Dopo le perquisizioni, le indagini si sono allargate e il numero degli indagati sembra destinato ad aumentare. La difesa, rappresentata dall’avvocato Luigi Pezzullo, ha chiesto di poter analizzare con lo strumento processuale dell’incidente “probatorio” la memoria informatica di computer e cellulari sequestrati dalla Procura. L’udienza è fissata per il 13 ottobre.

“C’è un vuoto normativo sulla disciplina delle criptovalute – afferma l’avvocato Pezzullo – e in ogni caso il bitcoin è un mezzo di pagamento, non uno strumento di investimento. Il mio cliente opera su piattaforme autorizzate dove è regolarmente registrato e non era a conoscenza della presunta provenienza illecita delle somme investite”.