Le farneticazioni di Riccardo Pacifici su Giuseppe Grillo “nazista” non aiutano la pace, la convivenza civile, l’Italia.

Questi ragionamenti culturali, ineccepibili, meritano il rispetto e la coerenza di tutti. Anche dei rappresentanti della Comunità ebraica.

Scrivevamo, inoltre, il giorno 13 marzo 2013:

L’AMBASCIATORE USA IN ITALIA DAVID THORNE FA OUTING: «GIOVANI, PRENDETE IN MANO IL VOSTRO PAESE E AGITE, COME IL MOVIMENTO 5 STELLE, PER LE RIFORME E IL CAMBIAMENTO”

13 marzo 2013

Per anni, da quando ci interessiamo della Lunga marcia del Grande Genovese Giuseppe Grilli, gli amici più fidati ci chiedevano: ma gli americani?

Ora quello che vi ha sempre tormentato ha avuto risposta: l’ambasciatore americano David Thorne, oggi 13 marzo 2013, rivolgendosi agli studenti del Liceo Classico Visconti di Roma (già epicentro del ’68) ha dichiarato:

Tocca a voi ora agire per vostro Paese, un Paese importantissimo nel mondo. So che ci sono problemi e sfide in questo momento, problemi con la meritocrazia, ma voi potete prendere in mano il vostro Paese e agire, come il Movimento 5 Stelle, per le riforme e il cambiamento. Spero che molti di voi daranno un contributo positivo in questo senso per il vostro Paese“. (vedi notizia Rainews24)

Vi basta? Volevate altro? Cosa andate cercando? Finalmente!

Ci siamo, il Presidente Barack Obama ha dato il via libero al riconoscimento del M5S e di Giuseppe Grillo quali autorevoli rappresentanti del popolo italiano. Lo aspettavamo da un pezzo, non ci sorprende. Le analisi fatte e le voci di rinforzo ci davano la sicurezza che Obama e i democratici sono schierati per il rinnovamento. Evviva. Non dimentichiamo, tuttavia, che le lobby delle armi, gli Strangelove e gli autorevoli analisti dei centri di studi strategici italiani, vogliono esattamente il contrario.

La redazione di Leo Rugens

P.S. Chi è:

David Thorne

David Thorne ha prestato giuramento come Ambasciatore degli Stati Uniti d’America presso la Repubblica Italiana e la Repubblica di San Marino lo scorso 17 agosto 2009. Per tutta la sua vita, l’Ambasciatore Thorne ha avuto un legame personale davvero speciale con l’Italia. Nel 1953, infatti, si trasferì a Roma con la sua famiglia allorché suo padre, Landon Thorne Jr., fu incaricato dal Presidente Eisenhower di amministrare il Piano Marshall in Italia.

Cresciuto a Roma, dove ha imparato a parlare correntemente l’Italiano, ha iniziato a coltivare fin dalla sua gioventù una profonda conoscenza ed ammirazione per la cultura, la politica e la società italiane. Dopo aver lasciato gli Affari Esteri, suo padre pubblicò il Rome Daily American, fondò e diresse il ramo italiano della Banker Trust Company e servì, come amministratore fiduciario, la American Academy di Roma. L’Ambasciatore Thorne e la sua famiglia hanno continuato a sostenere l’American Academy e l’arte in Italia e a Boston per oltre cinquanta anni.

Da un punto di vista sportivo, durante i suoi anni in Italia, l’Ambasciatore Thorne non ha potuto fare a meno di appassionarsi al mondo del calcio. Ha giocato a calcio con i suoi compagni di college, continuando a giocare nella lega calcio in New England e resta tuttora, purché non giochino contro la nazionale americana, un acceso tifoso della Nazionale Italiana di calcio in occasione dei campionati europei o dei campionati mondiali.

L’Ambasciatore Thorne è uno dei fondatori della Adviser Investments, una fra le più note e stimate società di investimento finanziario degli Stati Uniti specializzata nella gestione di fondi di investimento Vanguard e Fidelity e di fondi legati all’andamento dei principali indici azionari.
Ha svolto la sua attività di investitore e di imprenditore in diversi settori economici, dalla consulenza di marketing al settore immobiliare, dall’editoria al mondo dei servizi finanziari. Recentemente ha venduto il ramo editoriale delle sue attività alla Martha Stewart Omnimedia. L’Ambasciatore Thorne è un ex Presidente ed attuale membro del Consiglio d’Amministrazione dell’Istituto d’Arte Contemporanea di Boston ed ha guidato il team di supervisori della progettazione del nuovo edificio dell’Istituto a Boston.

Si è laureato alla Yale University nel 1966 con un Bachelor of Arts sulla Storia Americana ed ha conseguito il diploma di Master post laurea in Giornalismo presso la Columbia University nel 1971. L’Ambasciatore Thorne ha servito la Marina Militare degli Stati Uniti d’America dal 1966 al 1970 ed è l’autore di “The New Soldier” (Macmillan 1971). È sposato con Rose Thorne ed ha due figli. (vedi sito)”

Anche questi ragionamenti, “oggetti di lettura” in divenire, meritano rispetto e coerenza da parte di tutti. Viceversa, apprendiamo dalla stampa nazionale che il Presidente degli Ebrei romani, Riccardo Pacifici, a dare giusto significato e peso alle parole che ha voluto affidare al quotidiano israeliano Haaretz, ritiene Giuseppe Grillo un pericoloso nazista e, per analogia, non espressa ma facilmente deducibile da noi, l’Ambasciatore americano presso lo Stato italiano e la Repubblica di San Marino, David Thorne, un filo-nazista. Bene. Anzi, male.

Abbiamo appreso, in una sola intervista, una somma di informazioni di gravità assoluta. La prima è che Giuseppe Grillo si prepara a far promulgare in Italia nuove leggi razziali, tipo 1938. La seconda è che l’Ambasciatore americano David Thorne, (figlio dell’indimenticato da chi ha memoria e gratitudine Landon Thorne Jr., incaricato dal Presidente Eisenhower di amministrare il Piano Marshall in Italia), in quanto indulgente nei confronti del MoVimento 5 Stelle, è un collaborazionista dei nazi-fascisti.

È opportuno, in questa sede, ricordare che il generale Eisenhower, prima di essere Presidente degli USA, era stato Comandante supremo dell’Armata alleata che sconfisse Hithler e Mussolini, liberandoci tutti dall’orrore di un’Europa nazista e che ridiede la libertà a migliaia di ebrei, rom, omosessuali, diversamente abili, donne e uomini oppositori delle dittature, pronti ad essere sterminati nei campi di Hithler.

Noi, ingenuamente, abbiamo sempre pensato che, con tanto padre, David Thorne non potesse mai raggiungere le perversioni culturali quali noi consideriamo il fascismo e il nazismo. Evidentemente, Riccardo Pacifici ha altre fonti a cui prestare ascolto. Fine degli scherzi!

Ma Riccardo Pacifici cosa dice? Forse è ora di dare più valore alle parole! Forse, il “popolo del libro” si merita, a Roma, un rappresentante più prudente. Le parole, come insegnano i saggi, pesano.

Le “leggerezze” di Pacifici, soprattutto alla luce dell’azione meritoria e pacificatrice che il Presidente Barack Obama ha saputo mettere in atto, in poche ore e in terra d’Israele, contro le previsioni che troppi nemici della pace facevano, non vanno lasciate correre o risolte con opportunistiche smentite. Viceversa, come intelligentemente e con buona memoria, suggerisce Roberto Della Seta, è ora di parlare di chi, con troppa superficialità ha dato supporto e giustificazione culturale al Sindaco (lui si fascista e nazista) Gianni Alemanno.

Chi come noi di Leo Rugens, auspica da sempre che Roma, dopo tanti sindaci “paraculi”, abbia, alla luce soprattutto di quanto sta avvenendo in Vaticano dopo l’elezione di Papa Francesco, un nuovo Ernesto Nathan in Campidoglio, vede con preoccupazione (questa si basata su fatti incontrovertibili) ogni proposta di “fuga” e di disimpegno dall’Italia.

Ci autocitiamo:

Oggi, 2 settembre 2012, nel ricordo di tutte le indifferenze, gelosie, crudeltà, violenze, calunnie che hanno, nei millenni, colpito gli ebrei vi propongo, in omaggio ad Ernesto Nathan ebreo, laico e massone, l’articolo di Domenico Pertica.
Che l’operato di Ernesto Nathan sia di esempio a chi vorrà, a primavera 2013, candidarsi alla guida della Città Eterna.

“Nathan: il sindaco di Roma moderna

Laico, massone, interprete di una indiscussa trasparenza e integrità politica, Ernesto Nathan dal 1907 al 1914 guidò l’amministrazione capitolina in una serie di iniziative tese ad una moderna municipalizzazione dei servizi, dall’Atac all’Acea, dal demanio comunale ai musei, dando un contributo decisivo allo sviluppo di Roma con l’edificazione del quartiere Prati e la costruzione di case popolari.
Alto, distinto, «caramella» all’occhio sinistro, ti sembra ancora di vederlo scendere dal landò comunale che puntualmente l’accompagna in via Torino 122, un palazzo tutto frastagli e fiocchi, stile belle époque, acquistato per la sua numerosa famiglia: moglie e sette figli.
Quando scende e il cocchiere gli apre con un inchino lo sportello, si toglie rispettosamente la bombetta e ringrazia in un italiano dall’accento inglese. È il grande sindaco, Ernesto Nathan, che in questo palazzo visse per 18 anni; il sindaco laico che sognò la Roma moderna.

Il 2 dicembre del 1907 con 60 voti favorevoli e 12 astenuti, veniva eletto con le liste dell’Unione Popolare sostenuta dal «Messaggero», comprendente liberal-popolari, radicali, repubblicani e socialisti.
Programma: incremento dell’istruzione elementare, potenziamento dell’igiene pubblica, politica edilizia contro le speculazioni, partecipazione della popolazione ai problemi della città. Dopo 37 anni il Campidoglio assisteva allo strano evento di avere un «primo cittadino» non romano, di origine inglese, israelita, massone, repubblicano.
Nato a Londra il 5 ortobre 1845, si disse fosse figlio di Mazzini al quale la madre, Sara Levi di Pesaro (detta «Sarina») fu legata da sentimenti che superarono quelli dell’ammirazione per la causa italiana. D’altra parte Mazzini era stato ospitato a Londra dai Nathan, e ferventi discepoli ne divennero i due giovanissimi Giuseppe ed Ernesto che parteciparono alla congiura e all’azione patriottica.
Quando l’Italia si avviava alla liberazione, nel 1859 la famiglia Narhan immigrò soggiornando in diverse città, fra cui Pisa dove in via della Maddalena n. 38 la sera del 7 febbraio 1872 mori «l’apostolo» dell’Unità nazionale. Un Giuseppe Mazzini «pallido e terreo con crine e barba canuti…» come lo descrive il dottor Giovanni Rossini che la signora Nathan-Rosselli chiamò al capezzale del signor «Giorgio Brown» per raccoglierne l’ultimo respiro.
Più a lungo soggiornarono a Milano dal 1862.
Giuseppe ed Ernesto chiesero ed ottennero la cittadinanza italiana nel 1888 e per lunghi anni continuarono la propaganda del pensiero mazziniano. Per una più ampia diffusione del pensiero del grande Maestro, diedero vita alla rivista «Il Dovere». Dopo il ’70, Ernesto, che nel 1867 si era unito in matrimonio con Virginia Mieli, seguì nella capirale Giuseppe Mazzini che gli affidò l’amministrazione della rivista da lui stesso fondata: «Roma del popolo».
La testimonianza della devozione alla memoria di Mazzini è data anche dal fatto che il Nathan fu uno dei più ricchi collezionisti di autografi che poi donò allo Stato, promuovendo, nel 1905, l’edizione nazionale degli scritti del grande esule.

La sua casa in via Torino, dove sull’architrave del portone d’ingresso si notano le iniziali E e V intrecciate dei coniugi Nathan, divenne un assiduo ritrovo intellettuale e politico, frequentata da personaggi come il Villari, il Carducci, Crispi, Zanardelli, Fori, Sonnino, Sgambari, Barzellorri.
L’unico appunto, che specie dai giornali umoristici del tempo gli veniva mosso, era l’imperfetta conoscenza della lingua italiana. Il «Travaso delle idee» lo ritraeva a fianco di un ometto che raffigurava l’interprete, il quale reggeva un vocabolario italiano-inglese e, sotto, riportava qualche grosso svarione ch’egli aveva pronunziato, come una volta, durante un discorso commemorativo della guerra d’Etiopia, invece di dire: l’ecatombe di Dogali, disse «le catacombe di Dogali». Ma questa aneddotica non influisce sulla figura morale e politica del grande sindaco.

Cent’anni fa Roma usciva dagli scandali della Banca Romana, dal saccheggio del patrimonio ecologico e culturale che significa la distruzione in blocco delle ville suburbane per farvi sorgere i quartieri umbertini dell’Esquilino, Castro Pretorio, Sallustiano, Ludovisi e Prati. Usciva dalla «febbre edilizia» i cui danni fecero piangere Gabriele D’Annunzio nella Vergine delle rocce davanti allo «schianto dei pini ludovisii». C’era stata la crisi edilizia che lasciò incompiute le costruzioni del rione Prati, il cui spettacolo «spettrale» impressionò molto lo scrittore francese Emilio Zola il quale scrisse di aver avuto l’impressione di trovarsi davanti a una «città popolata dagli scheletri dei palazzi». Ecco, allora, cosa fece per Roma Nathan.

In linea con la politica giolittiana che promosse la nazionalizzazione delle ferrovie e dei telefoni, provvide alla «municipalizzazione» dei servizi pubblici cittadini, fondando le aziende municipali dell’ATAC per i trasporti, e dell’ACEA per l’illuminazione. Un grande amministratore lo coadiuvò e ne divenne il geniale esecutore: Giovanni Montemartini. Un busto e una lapide nella sede dell’ATAC in via Volturno e la centrale termoelettrica dell’ACEA in via Ostiense (oggi uno splendido museo) a lui intestate ricordano questo modesto e grande «capitolino» che morì al posto di lavoro sui banchi del Consiglio comunale, schiantato da un infarto.
Narhan ideò la «Scuola Rurale» e le «Borgate Rurali» nella lontana periferia ostiense, con annessa Delegazione per lo stato civile. In pratica veniva realizzato un «decentramento» amministrativo simile all’attuale modello dei Municipi.
Per la prima volta attuò il sistema referendario.

Il 20 settembre 1909, i cittadini chiamati alle urne furono 44.595 per esprimere il loro parere pro o contro la municipalizzazione. Promosse il referendum sulla libertà dell’insegnamento religioso nelle scuole. In più ottenne sussidi speciali per il Piano Regolatore Sanjust di Teulada in accordo con le leggi-Giolitti e secondo i programmi del Blocco-Narhan che si orientavano verso la demanializzazione delle aree e il disegno di una «Città a villini». Su questo binario sorsero (e sorgeranno) modelli e tipologie popolari che vediamo al Testaccio le cui case popolari disegnate dagli architetti Magni e Pirani sono un’antologia di architettura sociale, S. Croce in Gerusalemme, San Saba, «Città Giardino» a Monte Sacro, Monteverde Nuovo.

Castel Sant’Angelo da caserma fu trasformato in museo. Ricordiamo l’allargamento di via Tomacelli, il progetto della Galleria Colonna del l’arch. Carboni, l’allargamento del secondo tratto di via del Tritone con la costruzione del bel palazzo liberty per l’hotel Select (oggi Messaggero), la sistemazione del Muro Torto dove fu attivato un elegante ascensore tutto foderato in velluto rosso che portava al Pincio, i quartieri Trionfale e Flaminio, la politica sociale a Testaccio e a San Lorenzo dove vennero aperti i primi «Centri Montessori» per una educazione moderna dei bambini.

Al Testaccio – rione pilota della politica sociale – si verificarono le prime esperienze degli «alberghi del popolo e delle «mense» per i poveri.
A Trastevere viene inaugurata la scuola elementare «Regina Margherita» e così tutte le altre scuole nei vari rioni di «stile umbertino» sono tutte edificate dall’amministrazione Nathan. L’Augusteo veniva trasformato in sala per concerti «dove l’operaio per quattro soldi può sentirsi i migliori direttori» (parole di Nathan).

Nel 1911 inaugura la grande Esposizione Nazionale a Piazza d’Armi (oggi zona di piazza Mazzini-viale Marcello Prestinari) per il cui accesso fu aperto il viale delle Belle Arti e gettato il ponte del Risorgimento capolavoro ardito del cemento armato, a un solo arco, costruito dall’impresa Porcheddu e disegnato dall’architetto Hennebique. Il successo politico ed economico dell’Esposizione fu tale che diede fastidio alle fazioni avverse, a tal punto, che si arrivò perfino a mettere in giro la voce che a Roma – sentite questa! – era scoppiato il colera, pubblicando sui giornali delle fotografie di operai sdraiati tranquillamente sugli scalini del monumento a Vittorio Emanuele Il nelle ore di riposo, e facendo credere – niente meno! – che invece erano tanti «morti di colera colà abbandonati».

Nel 1911 si inaugura il ponte Vittorio e, per lo sport, viene creato lo Stadio Nazionale (l’attuale stadio Torino al Flaminio). Sempre nel 1911 furono iniziati i lavori per i Mercati Generali all’Ostiense e nello stesso anno fu inaugurato il palazzo di Giustizia. Ma l’inaugurazione più solenne fu quella del monumento a Vittorio Emanuele.

La modernità del Nathan è imprevedibile.
Per le stagioni del Teatro Costanzi predispone un inserimento di giovani compositori, artisti tutti italiani. Parla in difesa delle «forme nuove», parla della moda musicale, e scrive: «In verità vi è una lacuna … bisogna ammettere l’assoluto abbandono di un aspetto dell’arte. Tersicore è stata trascurata, anzi, ignorata: il “Tango”, “One Step”, il “Cake Walk”, il “Cancan”, non furono mai oggetto degli amministratori». Questa osservazione e puntualizzazione in un momento abbastanza importante dell’evoluzione dei costumi riflette la sprovincializzazione della linea-Nathan, il suo europeismo e l’internazionalismo laico.

Una delle battute ufficiali di Nathan che fecero scalpore sulla stampa e soprattutto sui giornali umoristici fu quando disse: «Qui non c’è trippa pe’ gatti», magari pronunciando la celebre espressione che poi «entrò» nel gergo romanesco, con un tantino di «erre» moscia, e con accento itala-inglese.
Perché la disse? Pare che, nell’esaminare lo schema di bilancio preventivo che gli avevano posto sotto il naso, notasse l’iscrizione di uno stanziamento, sia pure modesto, ma molto curioso, destinato all’acquisto della trippa. «Ma come! – disse. – Chi mangia trippa al Campidoglio?», Gli fu risposto che la trippa era destinata ai gatti da mantenere negli uffici capitolini infestati dai topi. «Oh bellal» sussultò togliendosi di scatto la «caramella» in castrata nell’occhio sinistro. «Oh bella!» e puntò occhi e naso all’ insù verso il tremebondo impiegato che gli stava di ritto a fianco, con il conto in mano. «Ma i gatti non mangiano i topi? E, allora, che ragione c’è di somministrare al gatto la razione di trippa?». Alle timide e inefficaci giustificazioni dell’impiegato capitolino, tagliò corto dicendo: «O ci sono i topi e allora i gatti mangino i topi; o non ci sono i topi, e allora, caro lei, qui non c’è trippa per i gatti». La frase usciva come un coriandolo da quella bocca onesta, e fece il giro di tutta Roma casa per casa vicolo per vicolo.

Un discorso che fece epoca fu quello pronunciato il 20 settembre 1910 a Porta Pia. Suscitò il risentimento di Pio X per un «cumulo di empie affermazioni, quanto gratuito, altrettanto blasfemo … ». Nathan aveva semplicemente detto: «Una Breccia attraverso la quale penetrò la libertà di coscienza insieme alla libertà di sviluppo materiale … ».
La polemica si allargò al Quirinale. Ma al re, il bellicoso sindaco, mandò a dire in un telegramma: «Mi sono soffermato sul passato per mettere in rilievo quali siano i mali, quali gli inceppi filiati dal dispositismo, dal regno di una classe, sia pure quella sacerdotale, in nome della religione».
Un discorso che documenta la sua linea morale che vuol creare una figura nuova di amministratore, pragmatico, lucido, vitale, non inquinato, è quello che pronunciò all’atto del suo insediamento: «Il programma dà piuttosto un indirizzo vivo e diverso. In una parola il tempo del lasciar passare, lasciare andare, del comodo ufficio di rappresentanza, senza consacrarsi anima e corpo alla funzione vitale amministrativa, alle questioni grosse e piccole, che si affacciano nel presente e ipotecano l’avvenire, è passato. Roma, per essere degna del suo nome, del posto che le compete nella Patria e nel mondo intero, ha obblighi da soddisfare, doveri da compiere, che si moltiplicano, si rinnovano nella misura in cui vengono soddisfatti.

Le tre città, l’antica, la medievale, la moderna, ognuna si para innanzi, ognuna chiede osservanza, cura ed opera, intrecciandosi in guisa da rannodare la vita fremente e pulsante con la tradizione, il presente col passato e coll’avvenire. Là sta il problema posto innanzi a chi si assuma ufficio di vegliare alle sorti cittadine, problema incalzante, imperativo.
L’Amministrazione popolare lo riconobbe, ne indicò il punto di partenza, il metodo; ad altri il continuare per questa via, affaticarsi a risolverlo, per il bene di Roma e dell’Italia».”

Torniamo ad oggi, a Riccardo Pacifici e a Gianni Alemanno.

L’antifascismo e l’antinazismo si coltivano anche con la sana amministrazione, con il rifiuto dell’affarismo e, come dice Roger Abravanel, con la meritocrazia. Tutte scelte politiche e culturali estranee al sindaco uscente Gianni Alemanno di cui Riccardo Pacifici è stato sostenitore e alleato.

La redazione di Leo Rugens

Aggiornamento. Leggi il post Le 5 Stelle a noi, gli Alemanno a voi del 15.5.13