Se fossi Lilli Gruber non mi farei scappare l’occasione

i 4 del poker

Si avvicina un anniversario (il 7 aprile) che più importante non potrebbe essere: se fossi Lilli Gruber non mi farei scappare l’occasione.

Vedo, leggo, sento parlare del sequestro di Aldo Moro e delle peripezie delle Brigate Rosse con la (giusta) attenzione, da anni e da valenti studiosi. Ci si sta specializzando e nello specializzarsi, direbbero altri che più di me sanno di queste complessità, ci si allontana dalla comprensione dell’insieme degli avvenimenti.

Io, anche per questo, mi allontano dalla questione (che considero minore) delle Brigate Rosse e mi avvio, con qualche giorno d’anticipo, a parlarvi (in realtà sono costretto a scrivervi, cosa che, come si vede, non so ben fare) di quel fenomeno politico culturale molto, molto, molto più complesso denominato Autonomia e del progetto insurrezionalista che si mise a punto (anche e non solo) in un luogo, ancora oggi poco noto (anche agli studiosi della materia) denominato CERPET, un centro studi legato al Partito Socialista ed in particolare a quella sinistra socialista che faceva capo anche al pokerista (vedi Morucci, Cornacchia, Cioppa un rizoma (i due ultimi erano della P2) ancora da investigare. Così come i pokeristi Signorile, Pace, Virno, Salvatori) Claudio Signorile. Parlo del CERPET di Piazza Cesarini Sforza, nel cuore di Roma, a poche centinaia di metri dalla residenza di Giulio Andreotti e del sottostante (sono sempre immancabili e organici alla politica e alle congiure) ristorante “Luigi”. Dove i nostri eroi spendevano e spandevano, beati loro, un sacco di soldi. Il CERPET la giornalista in fasce Stefania Rossini lo suggerì al compagno Antonio Landolfi ma il suo compagno di avventura e d’amori Lanfranco Pace, BR sui generis, non giocava a poker con Landolfi la sera uscendo dal Centro studi ma con Claudio Signorile. E chi fosse in realtà Signorile e a quali ambienti “neri e massonici” fosse (lo è ancora) legato è cosa più grave di una tangente non pagata a Landolfi. Perché mai degli eversori avrebbero dovuto pagare mazzette? Ma di cosa parla Pace?

La rivista “Metropoli” (altra fucina degna di ben altri approfondimenti di quelli che le sono stati dedicati), aveva la sede proprio al CERPET e la sua redazione, di alto profilo culturale e “strategico”, coincideva, in gran parte, con non pochi studiosi che collaboravano con il Centro Studi “socialista”.  Un intreccio che arrivava fino a far sfidare ai quattro lati del tavolo da gioco, terroristi e ministri. Un assurdo di cui continuo, inascoltato, a parlarvi. In attesa di smentite. Perché una cosa è il “compagno” Antonio Landolfi di cui si parla a lungo nella “nota” che segue e una cosa è Claudio Signorile. I dietrologi, gli storici seri, i denigratori di professione, i pistaroli ci parlano di tutto e di tutti ma questa anomalia che un ministro della Repubblica (Claudio Signorile), di fede socialista, “lombardiano/carrista”, con venature “azioniste”, non solo frequentasse (ci giocava a poker durante il periodo più caldo della lotta armata!) i ricercatori del CERVET ma tramite questa struttura pensante, in accordo con Landolfi, passasse  soldi (stipendi e note spese) a dei terroristi, colti e intelligenti e non a dei travet alla Mario Moretti, non la considerano di aiuto a comprendere le complessità di quegli anni. CERPET e Hyperion  erano strutture similari, pensate con la stessa funzione strategica, frequentate entrambe da personaggi di statura culturale tale da aver pensato di poter, con rapporti consolidati con la politica istituzionale, preparare e attuare un lungo periodo di conflittualità e successivamente, dopo la fase del terrorismo diffuso, passare all’insorgenza e successivamente alla presa del Potere. Questo pensavano da Luigi (il ristorante) e al CERPET. Questo  si era  pensato per un certo periodo in Hyperion. Questo pensava l’anello di congiunzione Giangiacomo Feltrinelli, amato da entrambi i “cenacoli”. E che si potesse “insorgere”, lo pensavano personaggi di grande capacità di elaborazione teorica (riviste, convegni, documenti complessi) e di forti relazioni sociali e politiche. Soprattutto internazionali. Le BR erano un luogo di sempliciotti militarizzati e soggiogati da un maniacale impiegato del terrorismo quale era Mario Moretti. Quel poco di originale che appariva nell’agire “militare” era frutto della contaminazione (voluta e realizzata) degli ambienti dell’Autonomia (ex Potere Operaio) verso i reclutati nelle colonne, strutture solo apparentemente compartimentate ma, viceversa, totalmente permeabili da più soggetti, estranei a loro e intelligenti. Tra questi certamente la filiera intellettuale che faceva capo al CERPET.

Immaginate come mi porto dietro una irrisolta curiosità avendo all’epoca dei fatti informazioni di prima mano di questi “tavoli verdi” atipici in quanto vivevo nella stessa casa con uno dei professori (Lucio Castellano) citato nel documento che svolgeva attività politica, insegnava all’Università di Stato La Sapienza e passava tutto il resto del suo tempo al CERPET di cui sopra. Andate a vedere quanto questa atipicità veniva coltivata e considerata, con sfrontatezza e sfida, dagli eversori e dai politici istituzionali, tanto da aver dedicato un articolo di Metropoli (l’organo ufficiale che mirava a coordinale il fronte della lotta armata), in pieno marasma pre/post sequestro Moro,  alla Frontiera americana e la gioco del Poker e alla sua valenza culturale. Narcisi ma, di fatto, rei confessi. Il redattore del pezzo era uno dei giocatori (Paolo Virno). Di queste piste investigative che potrebbero far risalire a Claudio Signorile e alle sue frequentazioni nere/massoniche almeno gravissime responsabilità morali, agli storici e agli specialisti di cose complesse, interessa poco o niente. Il fine dell’agire del gruppo dirigente di Potere Operaio, prima e dopo la pantomima dello scioglimento deciso nel convegno di Rosolina, era quello di infiltrare e guidare le altre organizzazioni dedite alla lotta armata con l’obiettivo di spingerle verso l’insurrezione generale per la presa del potere, passando attraverso una fase di guerra civile di più o meno di lunga durata. Un disegno (così la pensa in modo coincidente con il sottoscritto il magistrato Rosario Priore) che viene concepito da Franco Piperno, Oreste Scalzone, Antonio Negri, Simioni e gli altri “parigini di Hyperion”, già nel 1970/1971 ma che prende corpo, in modo robusto e “visibile”, solo intorno al 1973/74. Visibile per chi voleva vedere. Agli altri, cinicamente, e questo è il cuore del groviglio, bastava venire informati di quanto si delineava per non fare nulla in attesa di sfruttare il caos innescato dai velleitari “leninisti” potoppini. Informazioni di questo progetto eversivo arrivava, quotidianamente, fino alle orecchie (non i senso metaforico) massoniche proprio attraverso i frequentatori/finanziatori del CERPET, di Mondo Operaio, della direzione del PSI cioè quella componente interna alla P2 gelliana (loggia imbottita di vertici militari e di spioni professionisti) che, del giuramento massonico e del potere avevano fatto il loro credo esclusivo. Simioni stesso era un socialista lombardo e lombardiano, sia pur espulso, anni addietro, per indegnità morale dal Partito. Mi chiedo come possa essere accaduto un tale “scazzo” con la fine per indegnità in un ambiente dove l’amoralità regnava sovrana e dove i pokeristi erano addirittura guidati dal futuro segretario del partito Bettino Craxi, a sua volta giocatore incallito di tutto. Provai, nei miei limiti (tra l’altro ero sposato con una esponente della Direzione Nazionale del PSI e questo, avendo anche con lei un figlio, mi spingeva ad una qualche intelligente prudenza), a sollecitare maggiore approfondimenti in questa direzione ma, come può ben testimoniare chi conduceva, con pochi mezzi e pochissime tecnologie a disposizione (tra essi torno a citare l’appassionato e intelligente Rosario Priore), le inchieste venivano continuamente turbate dalla pressione esercitata attraverso la stampa e altri ambienti che oggi si definirebbero lobbistici da centinaia (non esagero) intellettuali, giornalisti e utili idioti appositamente arruolati e influenzati con le più diverse modalità. Fu una pagina oscena quella dei fancazziti (manipolati e spinti da sesso, droga, denaro, piccole ambizioni, posticelli di potere, forti emozioni) che si fecero mettere in riga dal nucleo pensante di Piazza Cesarini Sforza e in particolare del CERPET. Qui ci fermiamo per continuare, in vista del 7 aprile, quando il farlo non mi farà stare troppo male, pensando a chi ha tradito il Paese e ancora oggi, divenuto donna o uomo di potere, si diletta a raccontarci cazzate su cazzate su tutto (anche sproloquiando su Beppe Grillo e il suo populismo) e mai come realmente andò quella stagione dove, non lo dimentichiamo ora che i terroristi (altri) sono alle porte, morirono, nelle più diverse circostanze e modalità, 300 italiani e migliaia di compatrioti furono i feriti.

Vediamo se qualcuno ha il coraggio civile di suggerire alla signora Lilli Gruber di invitare alla sua autorevole trasmissione (Otto e mezzo), giovedì 7 aprile p.v., Paolo Mieli (nella veste di ex Potop più che di storico), Lanfranco Pace e Claudio Signorile, in studio, e il pensatore complesso Massimo Cacciari che queste cose le conosce molto bene, a parlare di quelle partite a poker e di chi pensasse cosa e per chi.

Oreste Grani/Leo Rugens ancora incazzato, anni dopo, per le dichiarazioni riduttive di quel furbacchione di Lanfranco Pace.   


Il CERPET, la rivista “Metropoli” e i rapporti con il socialista Antonio Landolfi

di Chiara Zampieri*, Università Roma Tre

Tratto e riadattato dal libro “Socialisti e terroristi 1978-1982. La lotta armata e il Psi: indagini e

testimoni” L’Ornitorinco, Milano 2013

CERPET è la sigla di Centro Ricerche e Pianificazione Economica e Territoriale che aveva la finalità di svolgere degli studi sull’assetto territoriale con particolare riguardo ai problemi delle localizzazioni industriali e della formazione ed evoluzione del mercato del lavoro. L’associazione nacque per iniziativa di Stefania Rossini, di Lanfranco Pace e di Luigi Sticco, sebbene quest’ultimo non abbia mai lavorato per il centro, com’è confermato da tutti coloro che hanno testimoniato al riguardo.

Fin dall’epoca degli interrogatori e dell’istruttoria sul caso Moro e del processo Metropoli, la Commissione Moro e le magistrature di Roma e Milano chiamarono a testimoniare Antonio Landolfi e Giacomo Mancini per avere maggiori informazioni sul centro di ricerche, ma non si è ancora riusciti a fare chiarezza.

Molto utili, invece, risultano le audizioni di Stefania Rossini (26 giugno 1979) e di Luigi Sticco (30 giugno 1979), i due fondatori del centro di ricerche assieme a Pace.

Landolfi presentò la Rossini e Pace a Sticco. A detta del senatore (interrogatorio del 26 ottobre 1981), fu la Rossini (amica di famiglia da parecchio tempo) a lanciare l’idea di questo centro di studi e a comunicargli la necessità di trovare una terza persona disposta a figurare come fondatore del centro e come collaboratore alle ricerche. Anche la Rossini sostiene di aver chiesto a Landolfi di indicarle qualche ricercatore interessato all’ambito di studi del centro e che magari avesse già esperienze e conoscenze nel settore in modo da ottenere più agevolmente degli appalti da grandi enti o aziende. Landolfi quindi pensò a Luigi Sticco, amico e compagno di partito, il quale aveva già avuto esperienze di ricerca, specie in ambito giuridico. Leggendo gli atti degli interrogatori, a questo punto della ricostruzione dei fatti, emerge la prima dissonanza fra le deposizioni. Mentre Sticco sostiene che Landolfi gli chiese come favore personale di partecipare alla fondazione dell’associazione, Landolfi insiste invece sul fatto che era stato lo stesso Sticco a chiedergli tempo prima di informarlo su eventuali progetti di ricerca. Sticco, nell’audizione alla Commissione parlamentare del 12 giugno 1981, mette in chiaro che la partecipazione al CERPET fu in sostanza un favore fatto a Landolfi, più che il contrario, come sostiene il senatore. Sticco infatti dice: «in quel momento ero io che facevo un favore a lui, a mio avviso, perché io dovevo andare a firmare quest’atto costitutivo con persone che conosceva lui, che io non conoscevo».

In ogni caso Luigi Sticco afferma di non aver mai partecipato all’attività dell’associazione e di non averne mai visto la sede. Dopo pochi mesi seppe da Landolfi di essere stato escluso dalle ricerche e dall’associazione, ma non ne fu sorpreso perché non era mai stato contattato per alcun lavoro. Ai membri della Commissione d’inchiesta però apparve strano che un giovane in cerca di un’opportunità lavorativa, una volta avutane la possibilità tramite l’adesione al CERPET, si sia completamente disinteressato della cosa e, addirittura, non avesse protestato una volta informato della sua esclusione. Di conseguenza parte della Commissione si convinse sempre di più che Sticco, consapevolmente, dovesse fungere da semplice prestanome dell’associazione per conto di Landolfi.

Per quanto riguarda l’attività del centro risulta che esso svolse almeno quattro ricerche importanti commissionate da enti di alto livello. La prima si intitola Gli intellettuali e l’industria nella società italiana dal dopoguerra a oggi, eseguita per incarico e grazie al finanziamento (quindici milioni di lire) del centro studi della Montedison.

Essa fu elaborata dalla Rossini, da Paolo Virno e Libero Maesano fra il 1975-1976. Nello stesso periodo venne eseguita la ricerca Cassino: struttura e modificazione del mercato del lavoro dopo l’insediamento Fiat con indagine diretta sul campo. Dallo studio è stato poi tratto il libro La fabbrica nel sud. Fiat e mercato del lavoro a Cassino, pubblicato dalla casa editrice Lerici di Roma nel 1978. A questo lavoro collaborarono Pace, Lucio Castellano e Cristina Cocchioni; per esso era stata versata la somma di dodici milioni e cinquecentomila lire dal FORMEZ, ente collegato alla Cassa del Mezzogiorno. Nel 1977 per il centro studi Montedison fu eseguito lo studio Modificazione del ruolo e della struttura della grande impresa di fronte al conflitto sociale. Il caso italiano 1969-1975, pagato diciotto milioni di lire. Fra il 1978 e il 1979 fu infine elaborata la ricerca Domanda e offerta di forza-lavoro intellettuale della regione Abruzzo negli anni ’70. Per essa la regione Abruzzo stanziò venticinque milioni di lire, ma ne furono versati solo sedici, probabilmente perché le notizie circa presunti collegamenti tra il CERPET e la Cooperativa Linea di Condotta avevano cominciato a circolare.

Per i lavori eseguiti è accertato che la Montedison rilasciò regolari fatture per vari importi ammontanti complessivamente a 33 milioni di lire. La decisione di commissionare al CERPET le due ricerche fu assunta da Gioacchino Albanese, all’epoca capo dell’ufficio pubbliche relazioni della Montedison, legato ad Eugenio Cefis, esponente della sinistra socialista e iscritto alla P23. Relativamente agli studi prodotti dal centro, i membri della Commissione parlamentare d’inchiesta espressero il massimo stupore durante l’interrogatorio alla Rossini del 12 giugno 1981. Non capivano infatti come un gruppo di giovani ricercatori, teoricamente sconosciuti, senza mezzi né intermediari, fosse riuscito ad ottenere degli appalti lautamente pagati da enti così importanti come la Montedison, il FORMEZ e la Regione Abruzzo. Su questo punto la Commissione insistette molto, in particolare con la Rossini, la quale però sosteneva che l’alto livello delle proposte di ricerca presentate giustificava l’interessamento degli enti e che non c’era da stupirsi se essi avevano investito sul lavoro di giovani talentuosi, sebbene sconosciuti. La Commissione non se ne persuase e indagò sulle modalità di assegnazione dei contributi per le ricerche, cercando le prove di “raccomandazioni” da parte di qualche amico. Durante gli interrogatori, gli amministratori del centro studi Montedison e del FORMEZ negarono ogni tipo di pressioni esterne, anche se Landolfi stesso ammise di aver preso contatti per sollecitare la “risposta” dei suddetti enti alle proposte del CERPET.

Pace ricostruisce così l’attività del centro:

Il CERPET era un centro di studi vero, abbiamo fatto ricerche vere, pagate dalla Montedison, dalla Fiat, etc. Abbiamo fatto anche dei libri di sociologia con inchieste sul campo che non erano niente male, come quella sullo stabilimento Fiat di Cassino. Eravamo in cinque o sei. Io mi ero laureato e per sopravvivere facemmo questa cosa che ovviamente era una sistemazione lavorativa transitoria!

Nessuno pensava di metter su il centro studi della vita. Tant’è che io, prima di essere costretto a scappare, stavo per entrare alla SVIMEZ che faceva, in scala molto più alta, più o meno le stesse cose che faceva il CERPET. Cioè studi di fattibilità, effetti sul territorio, etc… Quindi era un centro di studi vero, che ha fatto ricerche vere, solo che il locale era molto grande per le nostre esigenze e dunque, per fare le riunioni di redazione di “Metropoli”, dato che in parte eravamo sempre gli stessi, le facevamo lì. E la magistratura ha mescolato insieme il CERPET e “Metropoli”. Non abbiamo mai dato soldi alla rivista perché ce li tenevamo noi per gli stipendi, e quindi non abbiamo mai finanziato niente.

Sui motivi del coinvolgimento di Landolfi nel CERPET, Pace oggi spiega:

Lui ci aiutò ad avere una ricerca da quelli della Montedison… Vanno così le cose in Italia. […] Perché lui aveva delle entrature nell’industria di Stato e nelle grandi compagnie italiane. Aveva entrature nel mondo economico e, tramite un suo collaboratore, mettemmo su questo centro. È chiaro che a noi serviva uno di potere e fra questi c’era solo lui. Ce l’avesse proposto Flaminio Piccoli, l’avremmo fatto con Flaminio Piccoli. C’era lui e l’abbiamo fatto con lui. Un po’ perché era attratto dalle nostre idee, un po’ simpatizzava, un po’ era una cosa personale, un po’ gli piaceva fare da mentore dei giovani. Insomma ci sono mille ragioni che spingono un politico… ma non ci vedo nulla di illegale.

Non ha preso una lira! Non è che ha preso tangenti o commissioni. Era una forma di aiuto a compagni… È la teoria di “dai una mano ai compagni”, generosi compagni, che poi sono potenziali assassini ma restano generosi compagni. Per la sinistra si è sempre un compagno. Compagno che magari sbaglia e che però va aiutato. Sono meccanismi antichi per cui la solidarietà non si nega mai. Anche il Pci, se capitava che qualche onorevole o intellettuale potesse darti una mano, te la dava, almeno fino a quando non gli sparammo direttamente addosso. Ma anche il Pc francese è stato così. […] I dettagli non li ricordo, io mi ricordo che accusavano il CERPET di essere il finanziatore della rivista “Metropoli” e indirettamente del terrorismo. Non ricordo quante ricerche facemmo, ma questi soldi ci servivano per vivere, erano i nostri stipendi. Erano i soldi che ci dividevamo su ogni ricerca.

Quindi noi di soldi illegali non ne abbiamo mai presi, commissioni non ne abbiamo mai pagate, tangenti nemmeno. C’era un budget per fare una ricerca, detratte le spese per fare l’inchiesta e le indagini sul campo, il resto veniva diviso in stipendi per i ricercatori che la facevano. Punto! Landolfi non ha mai preso una lira, nessun altro aveva mai preso una lira, noi puntavamo sulle conoscenze di Landolfi per avere questi incarichi. I giudici invece pensavano che davamo i soldi del CERPET alla rivista. Per fortuna c’era già chi ci pensava in altro modo. C’erano quelli del Nord che avevano soldi per conto loro, avevano fatto opere di finanziamento e pagavano carta, tipografia, queste cose qua, e il resto era tutto volontariato. Non è che pagavano me per scrivere su “Metropoli”. I giudici hanno sempre pensato che ci fosse una cosa più sofisticata dietro, ma non c’è mai stata.

E, relativamente al coinvolgimento di Mancini:

Landolfi sembrava che facesse da collegamento… sarebbe la favola del “grande vecchio”, che sembra che fosse Giacomo Mancini. Solo perché aveva un collaboratore come Landolfi, che secondo la magistratura organizzava e promuoveva una facciata legale, che sarebbe stato il CERPET, dove c’eravamo noi e giravano soldi; e questa facciata legale, guarda caso, produceva una rivista sovversiva, che pubblicava i fumetti ed era invischiata nel caso Moro. Quindi per il giudice era perfetta questa ricostruzione. Ma le pare che Giacomo Mancini, uno di Cosenza, potesse essere il “grande vecchio”? Capirei se fosse per la ‘ndrangheta perché lì avrebbe avuto interessi materiali sul posto, ma noi? Poi Mancini era uno anticomunista, capo dell’autonomia, degli autonomisti.

In base all’esito delle indagini della Commissione, però, Landolfi non avrebbe fatto nessuna raccomandazione in favore di questi ragazzi. I motivi del coinvolgimento di Landolfi nell’attività del centro, questo interessamento dovuto a motivi “umani” come la «solidarietà verso i compagni che sbagliano» non sembrano giustificare un tale interessamento del senatore socialista al CERPET, e non spiega la funzione ormai accertata di prestanome di Sticco. Dagli interrogatori a cui son stati sottoposti Landolfi e Sticco emergono altre dissonanze su cui poi non si è indagato oltre. La prima riguarda il modo in cui Sticco si sarebbe rapportato con gli altri membri dell’associazione.

Nell’esame testimoniale del 30 giugno 1979 egli sostiene che «era d’intesa con Landolfi che qualsiasi questione concernente l’associazione mi sarebbe stata riferita da lui stesso e che io non avrei avuto contatti diretti con l’altro socio. Non ho mai saputo dove abitasse o quale altro recapito avesse la mia consocia, né sapevo quale attività svolgesse». Da ciò sembra che Landolfi dovesse avere il ruolo di intermediario fra i membri del centro, ma nella deposizione del 28 giugno 1979, il senatore non solo sostiene di non aver mai detto a Sticco di disinteressarsi del CERPET e di non aver rapporti con chi ci lavorava se non per suo tramite; ma dichiara di essere stato assolutamente estraneo a qualsiasi attività del centro. Affermazione che però contrasta con quanto già evidenziato, ovvero che si attivò per procurare una terza persona per la costituzione dell’associazione (Sticco, appunto), che consigliò il nome del notaio per rogare l’atto e che contattò alcuni conoscenti del FORMEZ e della Montedison per “accelerare” le risposte alle domande di finanziamento degli studiosi.

Sulla base di queste discrepanze la Commissione parlamentare d’inchiesta, durante l’audizione di Landolfi nella seduta del 19 dicembre 1980, insistette molto sul fatto che il senatore fosse molto più coinvolto nell’associazione di quanto non volesse far credere e che avesse usato Sticco semplicemente come prestanome. Ma il dubbio rimase e nella relazione conclusiva di maggioranza della Commissione si può leggere che:

Uno degli aspetti più inquietanti del progetto Metropoli è rappresentato dalla larghezza di mezzi di cui disponeva. In questo ambito va collocato il capitolo del CERPET. Il centro era sorto ad iniziativa di Stefania Rossini e Luigi Sticco. Nonostante le dichiarazioni rese alla Commissione non è chiaro il ruolo che il senatore Landolfi svolse nella fase costituiva del CERPET, quando si attivò per favorire l’iniziativa e per convincere Luigi Sticco a fungere da prestanome negli adempimenti formali. Al CERPET vennero commissionate importanti ricerche dalla Montedison, dal FORMEZ, dalla regione Abruzzo. Data la scarsa notorietà sul piano scientifico del CERPET e l’estrema genericità dei temi delle ricerche rimangono irrisolti gli interrogativi sollevati dalla facilità con la quale i ricercatori del Centro hanno ottenuto gli incarichi di lavoro da società delle dimensioni della Montedison e da organismi pubblici come il FORMEZ e la Regione Abruzzo.

Per quanto riguarda il fatto che l’indirizzo della sede del CERPET era lo stesso in cui in un secondo momento avrà la redazione “Metropoli”, Stefania Rossini sostiene che non c’era stata alcuna coincidenza temporale nell’utilizzo degli ambienti di piazza Cesarini Sforza; queste affermazioni però contrastano, come abbiamo visto, con quanto dice Pace, ovvero che talvolta, prima della vera e propria fondazione di “Metropoli”, alcune riunioni della rivista si tenevano nella sede del CERPET (quindi mentre il CERPET pagava ancora il canone di locazione degli spazi), visto che alcuni dei membri del centro coincidevano con i futuri collaboratori della rivista.

Sul caso CERPET-Metropoli comunque non è mai stata fatta sufficiente chiarezza, anche per la mancanza di prove decisive sul collegamento fra i due centri. E, nonostante le dichiarazioni di alcuni esponenti del movimento sovversivo sui presunti finanziamenti alla rivista da parte del CERPET, queste sono rimaste pure illazioni prive di verifica.

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