A latere della “provocazione” attuata ai danni di quella colombella di Roberto De Luca, politico PD a Salerno 

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Come autorevolmente (è anche morto ammazzato!) ricordava Giovanni Falconenon appena i progressi tecnologici possono essere applicati a fini criminali si dovrebbero scatenare (ritengo che intendesse dire essere pronti a ridiscutere i paradigmi culturali e normativi ndr) cambiamenti o perfino rivoluzioni (spero che si capisca la forza concettuale di tali incitamenti ndr) nelle relative modalità di contrasto“. Aggiungo io: chiacchiere e fatti oltre che cincischiamenti in punta di fioretto dal momento che la criminalità, lei sì, è in mutazione permanente e non sempre le istituzioni repubblicane (spesso nella più assoluta buona fede) hanno risorse sufficienti in termini di organici e mezzi tecnologici per contrastare, con la dovuta energia, corruzione, complicità inconfessabili, macroscopici capitali da investire che invece le forze della destabilizzazione possono permettersi.

Questa zona che definiamo del terzo incluso tra Forze dell’ordine e criminalità, a nostro marginale e ininfluente giudizio, sarà sempre più determinante per la vittoria del lecito sull’illecito. Vittoria che sarà opportuno cercare con maggiore determinazione di quella fino ad oggi utilizzata se stiamo come stiamo e in quasi tutto il Paese. Quanto è avvenuto a Salerno non è cosa minore ed apre una stagione di dibattito necessario intorno al macro tema della attività sussidiaria a quella dello Stato. Argomento complesso che da tempo sostengo vada regolamentato e, nel farlo in chiarezza, in realtà, promuoverlo. Ma rimaniamo ai De Luca e ai Piccinini.   

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Il Ministro di Polizia getta la maschera e ammette che in Italia non se ne parla proprio di fare contrasto ai criminali anche utilizzando gli agenti che, opportunamente addestrati, provochino i comportamenti di chi si sospetta. Troppa grazia Sant’Antonio sarebbe avere le stesse opportunità investigative di tutte le maggiori polizie del mondo!  Comunque, se abbiamo capito cosa volesse dire Minniti, il signor ministro si sbaglia perché la Costituzione consente sempre di svolgere attività sussidiaria a quella dello Stato anche da parte dei  borghesi/civili. Ovviamente con le dovute prudenze. Vedremo, nelle sedi di legge, dopo la denuncia a Francesco Piccinini, se prevarranno, davanti ai giudici, le cautele degli esponenti di una casta tra le più agguerrite del mondo per quanto riguarda la disponibilità a farsi corrompere (questo dice la cronaca giudiziaria da decenni) o il dettame costituzionale opportunamente evocato ed argomentato da avvocati adeguati alla complessità del caso. Comunque sarebbe necessario, vista la reazione stizzita del signor ministro, sapere fino in fondo quali sono le motivazioni che hanno impedito il varo trasparente di una opportunità investigativa di utilità certa. L’agente provocatore viene infatti definito universalmente (ma l’Italia forse non è di questo universo)  uno degli strumenti investigativi potenzialmente più vitali, purché impiegati con attenzione e cautela. Se ne interessano da decenni  anche le testate di riflessione (Gnosis) che fanno capo ai servizi segreti di cui Minniti è stato referente politico per lungo tempo.

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Certo che non stiamo parlando di “borghesi” quando si scrive di questo argomento sulla rivista dell’AISI, ma, come diceva l’onesto e competente Falcone, ad evoluzione, si risponde con l’evoluzione. Evoluzione che per prima cosa deve essere culturale più che legislativa. Sostanza che il coraggioso Piccinini sta mettendo sul piatto. Qualcuno le deve contrastare queste termiti onnivore e non mi sembra che l’abilità, il coraggio, la creatività dell’equipe della testata Fanpage sia un cattivo esempio di intelligenza dello Stato (i cittadini, in Repubblica, sono lo Stato, sia quando sono pubblici ufficiali che quando sono solo i  “datori di lavoro” dei pubblici ufficiali)  e di Intelligence collettiva, diffusa, ubiqua e partecipata come da tempo si discute (ho ricordo di Minniti che partecipa ad un convegno sul tema portando i saluti del Governo) debba essere una tale attività di contrasto non solo al terrorismo ma ad ogni organizzazione che provi a farsi nemica della Repubblica. Su questo tema dell’atteggiamento proattivo dei cittadini, oggi (anche grazie al caso Campania, rifiuti, politici corrotti), si cominciano a fare i primi passi, ricordando che fu proprio il salernitano a cinque stelle Angelo Tofalo a fare suo questo pensiero e a sistematizzarlo nell’arcipelago pentastellato. Così mi sembrò di intendere fosse la volontà di Tofalo a partire dal 18 dicembre 2015 quando, appunto, il tema della partecipazione dei cittadini  all’Intelligenza dello Stato fu varato.

Mi sembra che Minniti fosse presente proprio al convegno a cui alludo. Ma capisco che, negli ambienti politici, spesso si ritenga normale che si facciano molti discorsi e pochi fatti. Ma non mi sembra che sia stato questo l’atteggiamento di Piccinini e dei suoi collaboratori che, viceversa, sono apparsi civili, attivi e consapevoli della gravità della situazione evocata.

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Invece per Minniti (ministro che vuole lasciare ai capò dei campi di concentramento in Libia il compito di dirimere la vicenda complessa del diritto delle genti a cercare oltre il proprio orizzonte, soluzione alla vita di merda che il neocolonialismo gli vuole imporre), la soluzione sembra essere niente agenti provocatori (tenete conto che è difficile distinguere tra chi si infiltra e chi fa proposte illecite) e poche intercettazioni (sante e sempre troppo poche secondo noi invece) su cui si prevede – di fatto – una stretta a favore dei criminali. Manca solo un “papeddu bis” (vedi la storia ancora controversa del documento che si ritiene sia stato scritto, lungo e circostanziato, contenente richieste che la Mafia siciliana rivolgeva allo Stato Italiano) e tra qualche anno ci saranno alcuni che saranno chiamati a rispondere di come sia andata, nel lontano biennio 2017-18, a proposito di questa sospetta “calata di braghe “unilaterale a favore della criminalità organizzata, della casta dei corrotti e dei corruttori, e, in ultimo, del voto di scambio, meccanismo illecito sofisticato di difficile dimostrazione nelle aule di tribunale, ma che troviamo alla base di molte carriere politiche di successo, soprattutto quando sono intraprese nelle regioni meridionali. Picinnini, al massimo va un po’ rimbrottato (e neanche troppo severamente) ma in realtà andrebbe lodato e portato ad esempio di comportamento leale e lungimirante nei confronti della comunità.

Oreste Grani/Leo Rugens