È un dovere politico fermare il gattopardo Vincenzo Scotti

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Andiamo per esempi e prima di domani. Se uno sa leggere non dico tra le righe in questi post che accoratamente sto lasciando nella rete c’è materia sufficiente per scelte di tipo politico che ormai andranno fatte dopo il voto popolare.

Che cosa si sarebbero sentititi raccontare gli uomini e le donne del M5S (cioè cittadini come noi/voi), sorteggiati dalla roulette del 2013, che per predilezione/opzione erano finiti chi al Copasir, chi alle Commissioni Difesa e Antimafia, se avessero sentito il bisogno di chiedere, con la doverosa umiltà, ciclicamente e secondo le necessità emergenti dalle complesse attività istituzionali, a chi mostrava esperienza e stile di vita consono al dichiarato amore per la Patria, chi fosse, nella realtà sostanziale, uno come Vincenzo Scotti, dominus della LinkCampus?

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Dico lui come tanti altri e tante altre.

Certo, si doveva saper scegliere a chi chiedere per non ritrovarsi davanti ad un oste che certamente avrebbe magnificato il proprio vino.

Come quando ci si è rivolti a non si sa chi del “servizio” per sapere se la signora tale (in realtà era una nota provocatrice internazionale) era affidabile o meno.

Quello scelto era l’oste e per tanto uno si era sentito rispondere che andava tutto bene, fino a quando la trappola non è scattata.

E per uscir dalla scatola chiusa c’è voluto altro che l’ingenuità di rivolgersi ai custodi della partitocrazia di cui uno si era dichiarato, per entrare in Parlamento, avversario.

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Per tornare a Vincenzo Scotti, di anni 85, in quanto nato a Napoli il 16 settembre del 1933, un’ora addietro, indicato, sulla testata telematica “Formiche” come “bravissimo DC, apprezzato da Tajani come da Di Maio“, qualcuno avrebbe potuto, senza bisogno di occhieggiare uno dei cento dossier che esistono su Scotti e i suoi comportamenti (a quelli ci penserà la magistratura sopravvissuta), ricordare ai ragazzi per bene del M5s, che, ad esempio, Scotti, uomo fino in fondo della Prima Repubblica, era Ministro del Lavoro, nel 1977 (anno centrale della “solidarietà nazionale”) quando Gaetano Caltagirone (non quello del Messaggero, Cementir, ex MPS che era solo suo cugino e che si chiama Francesco Gaetano Caltagirone), un vero mascalzone dissipatore di fortune al tavolo verde (perse in una sera un miliardo e 270 milioni di vecchie lire mentre la gente normale era obbligata a tirare la cinghia, mentre si blocca la contingenza sulle liquidazioni e si obbliga al risparmio forzoso chi guadagna più di sei milioni l’anno), veniva nominato cavaliere del Lavoro, il 2 giugno, festa della Repubblica. Sei milioni l’anno era la soglia per i cittadini e il premiato/stimato persona seria, dal buon democristiano Vincenzo Scotti, ne perdeva, in una sera, oltre un miliardo! Era il 1977, gente da niente, come direbbe Paola Taverna, e i giovani si ammazzavano per le strade. La sera del 2 giugno di quell’anno cruciale, Gaetano Caltagirone, che viveva a via Caldonazzo 20, a Roma, nell’ex villa di Amedeo Nazzari, festeggia la “ricompensa” con gli amici più fidati dopo la cerimonia al Quirinale: ospite d’onore, Giulio Andreotti (quello); poi Gaetano Stammati (tessera P2 n°543) che ci lascia in eredità il buon Luigi Bisignani (quello); il Comandante in Capo della GDF Raffaele Del Giudice (quello arrestato per il secondo scandalo dei petroli scoppiato nel 1980 ma, come ho detto, eravamo ancora al 1977); il Comandante in Capo dell’Arma dei Carabinieri gen. Enrico Mino, presto destinato alla morte in un incidente (con l’elicottero) rimasto sempre senza un perché; c’era il Procuratore Capo della Procura di Roma, Giovanni De Matteo, l’uomo del “porto delle nebbie”, a tempo debito inquisito; Angelo Rizzoli (quello) tessera P2 n°532 che in quei giorni è sotto schiaffo della massoneria gelliana e sta perdendo il controllo della storica casa editrice (Corriere della Sera compreso) della sua famiglia a favore del gruppo di avventurieri guidati da Licio Gelli (quello).

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È un bello spaccato dell’Italia che prospera mentre milioni di persone, per bene, non sanno come salvarsi dalla recessione.

A tavola, in tutti i sensi, in questa squadra ristrettissima di intimi ospiti di Gaetano Caltagirone, l’unico ancora vivo è Vincenzo Scotti. Dimenticavo:  Fra-nco “che te serve” Evangelisti che se non fosse anche lui morto potrebbe confermare la frequentazione stretta di Vincenzino con questo fior fiore di patriotti.

Veniamo alla politica.

Ma il M5S con questa gentaccia che cosa ha a che vedere o spartire, come storia, tradizioni culturali, valori di riferimento?

Tenete conto che parlo perché so, non solo per sentito dire in quanto ero, in quell’anno 1977, alla Direzione Centrale del Personale del Gruppo Rizzoli Corriere della Sera, a via Civitavecchia 104, a Crescenzago-Milano e penso di sapere chi si mangiò e come la Rizzoli e in che clima politico.

Vincenzo scotti era un esponente di rilievo sia dei governi acquiescenti a questa fogna a cielo aperto che di quelli precedenti e di quelli successivi.

Torno a dire: che minchia centra il M5S?

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E tra i governi successivi c’è quando la criminalità, per dichiarazione del Ministro dell’Interno dell’epoca (siamo al 24 aprile1990) Vincenzo Scotti (quello di cui sentite parlare come uno che vede e provvede), descrive la situazione delle mafie in toni drammatici (15.000 uomini armati nelle regioni a tutti note e 100.000 complici) e, dico io, fatta questa sparata ad effetto, dopo, evidentemente, se ne lava le mani dal momento che mi sembra che la situazione non solo sfocia in “Mani pulite/Tangentopoli” qualche mese dopo, ma la criminalità non mi sembra proprio che, dall’ora ad oggi, si trovi in difficoltà.  Ribadisco: Vincenzo Scotti è un uomo colto, raffinato nei gusti intellettuali, ma è senza dubbio alcuno, proprio per quello che ho scritto, uno dei massimi responsabili politici di cosa è accaduto nel nostro Paese prima di quel sabato,18 febbraio 1992, quando Beppe Grillo, al Teatro Manzoni (mi sembra e mi scuso se mi sbaglio su questo dettaglio ma soffro e sono triste per quanto ancora una volta sta succedendo nel nostro Paese), cominciò a ragionare pubblicamente di corruzione e di inadeguatezza dei politici italiani. Il giorno prima era stato arrestato Mario Chiesa (quello). Tra quei politici responsabili c’era anche Vincenzo Scotti, anche se Grillo non ne poteva avere contezza in quel momento. Ma oggi dovrebbe saperlo. Mi sembra osceno consegnare a Scotti tutto il frutto della “Lunga Marcia” di Grillo e Casaleggio e di chi coraggiosamente li ha ha sostenuti per anni. Direi che non la si può far passare liscia a nessuno che pretenda di fare cosa propria di ciò che è ormai storia di questo Paese. Mentre Scotti governava morivano magistrati, forze dell’ordine, giovani contro-informatori, giornalisti investigativi, cittadini per caso nelle strade, ragazzi spinti ad essere tra loro nemici. Centinaia di morti. Voi non avete responsabilità di non aver chiaro il quadro sinottico degli avvenimenti ma quelli come Scotti certamente. Difenderlo corrisponde a farsi complici. Chiudersi orecchie e occhi… “che ve lo dico a fa”. Se ne avrò forza e modo, continuerò a dire la mia e a fornire, passo dopo passo, dati e riscontri certi fino a che, come accaduto per altri mascalzoni, la verità non verrà a galla, con annessi e connessi. Uno fra i tanti, Ezio Bigotti. E, come ho detto, scelto tra i tanti solo in quanto è l’ultimo in ordine di tempo.

Continua.

Oreste Grani/Leo Rugens