Senza alcun apparente motivo, oggi scrivo di un magistrato inquirente competente, appassionato come pochi: Rosario Priore.

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Appassionato e capace di investigare con tale abilità nei meandri dei labirinti in cui si dovette inoltrare (tra i primi anni Settanta e tutti gli anni Novanta aveva istruito    a Roma quando il Tribunale della Capitale era giustamente definito “il porto delle nebbie” – molti dei processi per violenza politica e terrorismo. Si era occupato di eversione nera e rossa e questo, a mio giudizio, gli aveva consentito di acquisire una dimestichezza con nomi e riferimenti (rizomi e percorsi carsici) che mi colpirono quando ebbi modo di frequentarlo. Devo dire che anche lui di me pensava che di queste complessità ne capissi come pochi, tanto da arrivarmi a dire, in presenza della persona di sua assoluta fiducia che ci aveva presentati (S.Z. del Ministero della Difesa), che ne sapevo, in alcuni casi, più di lui. Non era vero perché io capivo – in modo molto provinciale – solo di alcuni ambienti che aveva frequentato in prima persona. Di quelle situazioni era vero che sapevo interpretare, partendo dallo stile di vita dei protagonisti dei fatti eclatanti che erano accaduti, “vita morte e miracoli”. Ma niente di più. Lui – invece – mi attraeva per  essere uno dei pochi che aveva studiato grandi casi internazionali (stragi compiute in Italia da organizzazioni palestinesi, il caso Ustica/Gheddafi, l’attentato a Papa Giovanni Paolo II e soprattutto capivo che era certo che il delitto Moro non era disgiunto da un vero e proprio intrigo geopolitico) e che si era fatto una vasta esperienza di complessità  che a mio giudizio gli avrebbero consentito di dirigere con profitto per l’Italia il coordinamento dei Servizi (interno ed estero) e così facendo evitarci un sacco di sbandamenti e perdite di posizioni. All’epoca potevo dire “mezza parola ” a chi poteva influire su quelle scelte. La dissi inutilmente e – come si sa – scelsero altri.

Sono bivi e se si sceglie la strada errata a voglia poi a provare a recuperare stanchezze e perdite di tempo per arrivare dove sarebbe stato opportuno trovarsi a tempo debito. Ed è la sensazione che mi porto dietro – dal 2006 in poi – soprattutto per l’aggravamento della situazione internazionale (scoppia la crisi della finanza nel 2007) e per quanto irreversibilmente, da quel momento, è accaduto nel Mediterraneo. Forse, Rosario Priore, già addestrato dalle complessità che aveva dovuto investigare, non ci avrebbe fatto arrivare “ciechi, muti e sordi”, ai grandi stravolgimenti che ancora sono in corso e che minacciano la nostra sovranità e sicurezza nazionale. Forse (anzi, senza forse) proprio per questo Priore non fu mai preso in seria considerazione per guidare i Servizi Segreti. Aveva capito (e lo faceva oggettivamente capire con le sue scelte investigative) troppo bene il ruolo di Londra, Parigi, Istanbul, Praga, Mosca, Berlino e gli Usa nelle loro variegate forme.

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In particolare aveva colto il problema della eredità dolorosa della sconfitta militare a cui ci aveva portato il Fascismo relegandoci ad un ruolo di soggetti di cui diffidare (e che comunque faceva comodo così marchiare) per cui ogni volta che riuscivamo a ritagliarci una nostra opportunità ed un ruolo internazionale, scattavano rappresaglie e “gatti putrescenti” lanciati in palcoscenico. Rosario Priore aveva capito (questo mi colpì sin dal nostro primo colloquio) che dalla Strage di Piazza Fontana, all’assassinio di Aldo Moro, l’intera vicenda degli anni di piombo (rosso e nero) andavano inquadrati in questo contesto internazionale.

Così era e così è. Chi di dovere scelse altri creando di fatto i presupposti di una gattopardesca continuità perché i Michael Ledeen di turno (statunitensi  o tedescoeuroasiatici che siano) continuino a fare di noi quello che più è utile alle loro “bandiere”. Non saremmo in una sterile posizione quale è quella che ci vede  esposti in prima linea nella vicenda “ISIS” e per non parlare del “pasticcio euroasiatico”. Anche l’ENI avrebbe dovuto ragionare con una testa più “italiana” e non dovremmo ora sorbirci gli errori di scelte dettate solo dalla avidità di una classe dirigente solo apparentemente nazionale. Rosario Priore sarebbe stato un ottimo “Capo dei Servizi Segreti” capace di coniugare il concetto di ragion di Stato e necessità di salvaguardare le proprie strutture demandare all’Intelligence strategica e alla sicurezza nazionale. Priore, alle pagina 187/188 del libro “Intrigo Internazionale” – scritto a quattro mani con Giovanni Fasanella (un altro che per fortuna ne capisce) –  dice:”

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Ecco perché avrei voluto (tra l’altro) a Capo dei Servizi, Rosario Priore, Leo Rugens consapevole che la Storia non si fa con i se e con i ma.

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Mi smentisco e affermo un rigo dopo: se Priore avesse assunto il compito del coordinamento dei Servizi (dentro e fuori, trasformandoli, di fatto, in una sola realtà) negli ultimi dieci anni avremmo potuto culturalmente prepararci alla complessità che ci aspettava e che ancora ci aspetta. Perché, è bene dirlo, le cose ormai sono andate a finire in un certo modo e solo un vero salto di discontinuità (che non vedo all’orizzonte), potrà farci riallacciare intelligenti rapporti con gli altri paese mediterranei. Senza i quali rapporti di nuova reciproca fiducia, tutto sarà perduto, per l’Italia, la Francia, la Spagna, la Grecia, il Portogallo. Non vi fate “deviare” da incontri in sede governativa che sembrano descrivere riavvicinamenti (tipo Renzi-Holland): senza “leggerle”, le pagine non si possono girare e fino a quando le mille verità che non si sono mai potute dire non saranno “conosciute” difficilmente diventeremo sovrani, noi i francesi, gli spagnoli, i greci, i portoghesi o chi altri ci volesse stare.

Oreste Grani/Leo Rugens