70° anniversario della rifondazione del Comune di Terni – Pompeo De Angelis

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È trascorsa una vita: settanta anni, che riconsidero nella vecchiaia dei miei ottantatré. Settanta anni fa nasceva a nuova vita il comune di Terni, senza podestà, senza sindaci e giunte nominati dai partiti del CLN e dal comandante inglese delle truppe alleate, senza sapere molto del futuro, tranne che si sarebbe votato e continuato a votare per eleggere i rappresentanti del popolo ai governi locali. “Cos’è la democrazia?” si chiedevano gli italiani. Oggi, nel 2016, celebriamo il Settantesimo Anniversario della prima democrazia municipale a suffragio universale: oggi nello scontento del presente, ieri nell’irripetibile momento delle lotte dei partiti con le loro ideologie e le loro fedi. Quel momento, che sorgeva dalle distruzioni di una guerra immane, va evocato dai vecchi e offerto agli immemori giovani.

Le urne comunali si aprirono, in giornate domenicali dalla primavera all’autunno del 1946, raggruppate, in ogni provincia, dai prefetti, a seconda della vicinanza territoriale e della facilità per gli abitanti dei mezzi di trasporto. (1)

In provincia di Terni la prima tornata elettorale si svolse il 10 marzo nei comuni di Alviano, Baschi, Castelviscardo, Lugnano, Porano. Il turno elettorale dei rimanenti comuni della provincia, compreso il capoluogo, avvenne il 31 marzo. I risultati delle amministrative nel totale dei comuni della provincia, mostrano che il primo posto fu guadagnato dal Partito Comunista, il secondo toccò al Partito Socialista, il terzo alla Democrazia Cristiana, il quarto al Partito Repubblicano. Gli altri 6 partiti in lizza, tutti insieme, non raggiunsero la quota ottenuta dal Partito repubblicano da solo.

Le donne votarono per la prima volta in Italia e la loro partecipazione, nella nostra provincia, fu dell’80%, mentre gli uomini raggiunsero la quota dell’81,7%; eppure non fu eletta, in alcun consiglio comunale, una qualsiasi donna.

Nel Comune di Terni, il PCI raggiunse il 43%, il PSIUP il 20,7%, la DC il 18%, il PRI il 15,8%.

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Comunardo Morelli del PCI venne confermato sindaco, con il crisma del voto e non con il consenso del comando militare inglese dell’estate del 1944 e del CLN. La giunta fu formata da tre comunisti (Renato Botonti, Tommaso Illuminati, Arnaldo Lippi) e da tre socialisti (Mario Caporella, Alfredo Urbinati, Celestino Silvestrelli). La DC fu esclusa dalla maggioranza e i suoi consiglieri si astennero dal voto per il sindaco e per la giunta, senza marcare il segno identitario di votare contro, dal momento che erano stati esclusi. Quando si incontrarono, faccia a faccia, Comunardo Morelli e Poliuto Chiappini (capogruppo della DC) volarono insulti pesanti. L’unità del CLN si era rotta. La DC si lamentò per la sconfitta. “L’Umbria Democratica(2), del 10-17 aprile 1946, tirò le somme e commentò: “E così, con le elezioni di Terni di domenica 31 marzo, sono terminate le consultazioni amministrative in questa provincia, che è forse la più rossa d’Italia.” Il Partito Repubblicano, con il simbolo dell’edera, fece parte della maggioranza abbarbicato ai comunisti e ai socialisti. Si prodigò in provocazioni per aumentare gli attriti fra i tre partiti di massa e si collocò come un tramite tra la sinistra e la speciale borghesia delle logge massoniche.

Il popolo italiano – uomini e donne al di sopra dei 21 anni – si preparava a cambiare la storia scegliendo tra monarchia o la repubblica ed eleggendo l’Assemblea Costituente. Il 1946 fu l’anno della liberazione dell’Italia del 1860. Per l’assemblea Costituente vennero disposte le candidature. A Terni, nella lista della Falce e Martello comparve il nome di Carlo Farini, politico di lungo corso, che aveva frequentato la Scuola Lenin di Mosca, partecipato, nella brigata Garibaldi, alla guerra di Spagna e organizzato la Resistenza in Liguria. Nel 1946 era membro della Direzione centrale del PCI.

Filippo Micheli per Terni e Arturo Manciati per Orvieto furono i candidati della Democrazia Cristiana; Micheli venne messo in luce come “semplice e modesto, nemico di ogni esteriorità e parco di parole. I lavoratori sentono in lui l’interprete fedele delle proprie ansie e delle proprie aspirazioni(3). Manciati, ex partigiano della “Monte Soratte” era un professore di lettere. Per il partito socialista venne candidato Urbinati, uno dei fondatori del PSI, prima del fascismo.

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Venne il Primo maggio, che fu una doppia festa. Resuscitò la festa del Lavoro. La giornata si aprì con un corteo, dalla Passeggiata alle vie del centro e si cantarono gli inni dei lavoratori. La gran folla confluì a Piazza Valnerina, dove era il palco degli oratori. Parlarono l’universitario Morelli per i giovani socialisti, Leandri dell’Associazione Reduci, l’avv. Romoli per i repubblicani, il consultore Urbinati per i socialisti, Sagrestani per gli anarchici, Scaramucci per i comunisti, Banderari per la Democrazia Cristiana. Scaramucci e Banderari erano oratori venuti da Roma. Nel pomeriggio, la Camera del Lavoro organizzò una merenda festaiola, che anticipò la notte dei carri maggiaioli. La seconda festa partì nella notte: il Cantamaggio inventato da Miselli, liberato dalle contaminazioni fasciste o dopolavoristiche del 1925.

Intanto si svolgeva una furibonda campagna elettorale. Ricordo la serata del 22 maggio, un giorno feriale. I miei ricordi si alimentano della cronaca giornalistica per essere raccontati. Alcide De Gasperi arrivò a Terni per un comizio a Piazza del Popolo. Giunse in ritardo, verso le 22. Nell’attesa, la piazza rimase gremita di amici e avversari. De Gasperi non era amato né a sinistra né a destra. In piazza, gli amici si imbarazzavano del ritardo del capo e gli avversari facevano salire al cielo l’urlo di battaglia “Repubblica!” Si erano vuotati anche i conventi per assistere. Le monache formavano un gruppetto verso Corso Vecchio. Nella piazzetta di San Giovannino, stavano rintanati i seminaristi, che pure non avevano i ventuno anni per votare. Finalmente il Presidente del Consiglio comparve sul palco ed esordì scusandosi: “Amici e avversari di Terni, chiedo scusa del ritardo involontario. Troppi amici, troppi buoni amici mi hanno arrestato lungo la via, confermando nella mia persona la fiducia nella Democrazia Cristiana. Credo che quelli che sono amici miei, qui presenti, saranno lieti di questa ragione e di questa scusa del mio ritardo.” Gli amici si affrettarono ad applaudire. Gli avversari gridarono ostilmente “Repubblica! Repubblica!”. De Gasperi li placò dicendo: “La Democrazia Cristiana, nel suo Congresso, ha in maggioranza fatto un atto di fede verso il popolo, verso il popolo soprattutto, dichiarandosi pronta a mettere a disposizione tutto il suo entusiasmo, tutto il suo apporto materiale e morale per la soluzione repubblicana”. Il comizio proseguì con un appello all’unità del Paese nella Ricostruzione, poi l’oratore parlò della situazione internazionale in cui l’Italia era minacciata di requisizione dei macchinari industriali per pagare il debito di guerra, in cui i partiti “estremi” della Francia pretendevano territori sulla frontiera occidentale (Briga e Tenda), in cui la Jugoslavia di Tito si espandeva sull’Istria, su Pola, e avanzava su Trieste e sul Veneto fino all’Isonzo. Questi temi erano in discussione alla Conferenza Internazionale della Pace a Parigi. L’opinione pubblica italiana era scossa e inferocita contro la prepotenza di Tito. De Gasperi affermò: “Dinanzi alle lacrime dei profughi noi non possiamo dimenticare che un popolo che rinuncia alla propria frontiera linguistica e nazionale non è degno di grande storia”. Aggiunse: “Domani, forse quindici giorni dopo le elezioni, poiché dovrebbe continuare per certo la Conferenza della Pace il quindici giugno, è necessario che da parte di tutto il popolo italiano e del governo ci sia un indirizzo compatto su quello che si possa, su quello che si debba, su quello che non si possa cedere.” Una voce dalla piazza strepitò “Cose vecchie!” a cui fece eco una salve di “Repubblica! Repubblica”. De Gasperi zittì costoro : “Ma volete una repubblica jugoslava?” Proseguì: “Io non so se, con le vostre interruzioni <Repubblica, Repubblica>, voi vogliate nascondere dei problemi che devono essere decisi dal popolo e dalla Costituzione. Sarebbe come se io ai Triestini che mi chiedono l’unità della Patria rispondessi <Viva la Repubblica>”. Terminò con un monito orgoglioso, specialmente rivolto agli amici: “Ognuno ha una determinata paternità e origine. Se uno si chiama comunista evidentemente vuole il comunismo, se è democratico cristiano vuole la Democrazia Cristiana. È inutile camuffarsi sotto un titolo o un altro. Siamo sinceri, andiamo a metterci sotto le nostre bandiere” (4).

Il 2 giugno, oltre ventotto milioni di italiani furono chiamati al voto: vinse la Repubblica con il 54,3% dei suffragi. All’Assemblea Costituente, il primo partito fu la Democrazia Cristiana con il 35,2%. Secondi furono i socialisti (PSIUP) con il 20, 7% ; terzo fu il PCI con il 19% dei voti. Tutti gli altri gruppi rimasero sotto la quota del 7%. Dei 556 seggi dell’Assemblea, 207 andarono alla Democrazia Cristiana, 115 ai socialisti, 104 ai comunisti.

In Provincia di Terni, il Referendum istituzionale diede 83.299 alla Repubblica e 31.773 alla Monarchia. Per la Costituente, primo risultò il PCI con 32.299 voti, seconda la DC con 25.128 voti, terzo il PSIUP con 20.431 voti, quarto il PRI con 18.484 voti. Seguirono: Uomo Qualunque (5.519 voti), Concentrazione Liberale (2.762 voti), Cristiano Sociali (2.078 voti), Partito d’Azione (1.686 voti), Partito Democratico Italiano (1.537 voti), Concentrazione Nazionale- Ricostruzione (896 voti). I socialcomunisti diminuivano leggermente e i democristiani crescevano e guadagnavano il secondo posto. Il PCI elesse deputato costituente Carlo Farini, mentre il socialista Urbinati non ce la fece e i due candidati della DC, Flippo Micheli e Arturo Manciati mancarono l’occasione.

Fu il giorno dopo la Resistenza. Dobbiamo meditare su cosa successe “il giorno dopo”, esaminare la nascita della democrazia, nella situazione particolare di una provincia che viveva il problema operaio della grande industria e covava la rivoluzione delle campagne mezzadrili. Con quali leggi edilizie si ricostruì una città bombardata, con quali regole annonarie si regolò il consumo alimentare, con quali iniziative si ristabilì la sanità e la scuola, quali opere culturali furono intraprese e, soprattutto, quale fu la funzione legale dei partiti di massa. Sono titoli di interventi da organizzare per un convegno di studio dedicato al giorno dopo la Resistenza. Celebreremo il Settantesimo anniversario della Repubblica, sapendo che siamo ancora in the road.

Pompeo De Angelis

1. Il 71,6% dell’elettorato italiano votò in cinque tornate elettorali (dal 10 marzo al 7 aprile 1946) in 5.722 Comuni. Altri 1.383 Comuni votarono in 8 tornate elettorali (dal 6 ottobre al 24 novembre 1946). Le elezioni provinciali si svolsero a scaglioni dalla primavera all’autunno.

2. Settimanale della DC diretto da Rinaldi.

3. “I nostri candidati” in L’Umbria Democratica del 26 maggio 1946.

4. Il discorso di De Gasperi è ricavato dalla trascrizione pubblicata su “L’Umbria Democratica” del 2 giugno 1946.

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